giovedì 27 settembre 2018

Basta a generalizzare, noi giornalisti sempre sotto attacco


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sono uno dei tanti, uno di quelli che dopo anni di sacrificio e una retribuzione ridicola, può dire in giro di essere un giornalista anche perché ha in tasca un tesserino e ha versato con sudore, in una professione lusinghiera che ha la fortuna di partire dal basso, il meglio della propria formazione sul campo.


Penso di essere uno di quelli che può permettersi di dirlo perché con fatica, grazie a una famiglia che continua a sostenermi e qualche folle editore locale che prova a tenere in piedi la baracca, come tanti altri, prova ad arrangiare qualcosa che somiglia solo molto vagamente a uno stipendio. Perché dopo quasi dieci anni di gavetta non ha quasi nessuna speranza di diventare professionista, perché nonostante tutto, ogni volta che tratta una notizia antepone la professionalità e l’etica dinanzi a qualsiasi interesse, persino dinanzi ai propri. 


Sono uno di quei migliaia di pazzi che lavora in uno dei settori più stressanti al mondo – lo dicono le ricerche, non certo il sottoscritto – uno di quelli che si sente chiamare “giornalaio” al posto che giornalista, che si becca minacce, insulti, che viene denigrato e giudicato anche quando pensa e non solo quando scrive. Ma probabilmente a molti non interessa, o semplicemente alcuni non hanno la benché minima idea di cosa stanno parlando, quando generalizzano o attaccano l’intero mondo della stampa. La nostra categoria e il nostro Ordine professionale non ci impongono un giuramento come accade magari con quello di Ippocrate, o per l’adesione ad altri ordini, ma noi, per formazione – e vi garantisco che ne facciamo, anche perché dovreste sapere che è previsto per legge – siamo chiamati e tenuti a rendere noti i fatti. Certo, ammetto che non sempre è facile dirimere il giusto dall’errato, ciò che è accaduto da quello che potrebbe essere successo, ma penso e spero che su una cosa non possiamo che trovarci d’accordo: non sbaglia solo chi non ci prova.


Noi operiamo, a volte anche quando i cittadini non denunciano, a volte quando la politica è in silenzio e tutti si girano dall’altra parte. A volte lo facciamo in modo condivisibile, altre volte senza trovare riscontro, ma chi opera con integrità d’animo lo fa perché sa che la verità dei fatti, magari non subito, ma viene sempre fuori.


Nelle discussioni con opinionisti o presunti tali, “influencers”, o persone che urlano senza citare le fonti, dico sempre la stessa cosa: fatti e contenuti, le altre cose le porta via il vento. Perché i fatti sono una notizia e il nostro ruolo è quello di informare attraverso le notizie, attraverso appunto i fatti. Non può e non deve essere qualcun altro, qualcuno che non è del settore, che non sa come si svolge una professione così delicata a trattare una notizia, a rischiare di farsi trasportare dal sensazionalismo.


In una società dove la forma si traduce spesso in contenuto a noi è chiesto costantemente di guardare al contenuto. E lo facciamo, eccome se lo facciamo. Non nego che ci sono colleghi di cui non condivido spesso l’operato, un Ordine non sempre vicino ai propri membri, editori per interessi spicci che non conoscono la categoria e lettori pronti ad aizzarsi al grido del nome di moda. 

Ma bisogna riscontrare che è un po’ così ovunque: come chi nella Chiesa pur definendosi cristiano opera contro il volere di Dio, come il politico che prende una tangente, come un colletto bianco corrotto. Ma guai a dire che tutti i credenti sono pedofili, che tutti i politici sono ladri, che imprenditori e dipendenti pubblici sono tutti corrotti. Guai, perché si pone al livello della mela marcia l’intero raccolto.


Da giornalista, non posso e non voglio continuare a sentirmi costantemente trattato come merce di scambio, come il venduto di turno, come colui che scrive sotto dettatura. Se c'è chi lo fa che venga trattato come tale, visto che oltre un Ordine esiste qualcosa che va oltre il buonsenso e si chiama legge. Ogni giorno piovono fiumi di querele per ciò che scriviamo, molte mirate o quanto meno ponderate, ma almeno altrettante intimidatorie: potremmo iniziare a parlare di questo? Forse ciò non fa notizia, ma la fa, anche solo l’idea di cancellare un Ordine, allo stesso modo di come lo diventa quando una persona influente si scaglia contro tecnici e politici di un altro dicastero. È nostro compito scovare ciò che è celato, ovviamente nei limiti previsti dalla legge. 

Anche perché in caso contrario dovremmo abolire gran parte di questo fantastico Paese che non funziona, né nelle stanze dei bottoni, né nelle strade delle nostre città, né nei bunker dei nostri risparmi, né tanto meno negli abusivismi che ci mangiano nel pubblico e nel privato. Non funziona nulla, e, per chi sta ogni giorno sul pezzo, a raccogliere fatti dalla periferia del paese reale, vi garantisco che questa è la percezione che si ha. Ma se le cose non vanno si cambiano, si migliorano, non si cancellano.


Se cancellassimo tutto ciò che all’apparenza non funziona percorreranno strade già tracciate da periodi bui della storia dell’umanità. In questa strana contemporaneità, invece, alle nostre generazioni sono chiesti sacrifici, sacrifici che facciamo e che faremo, ma che non possono voler dire di dover sopportare qualsiasi cosa o di doverci girare dall’altra parte.

Io, come tanti altri, sono stanco di essere trattato economicamente alla stregua di uno schiavo, e moralmente al pari di un lobbista corrotto e di basso livello.

Pertanto, al pari di come vi sentireste se vi definissero ingrati, ladri, venduti e chi più ne ha più ne metta, vi chiedo delle scuse. Ma non personali, io mi sveglierò domani mattina, sapendo che dovrò correre dietro una gazzella – non di quelle che stanno in Africa, ma dei Carabinieri – per capire perché rimbomba il suono della sirena, qual è il fatto di cronaca di cui bisognerà scrivere. Per quello, le scuse, ovviamente pubbliche per le esternazioni di ogni genere, le meritano coloro che tutte le mattine provano a raccontare i problemi della gente comune. Perché siamo sinceri, i cattivi giornalisti ci saranno anche, come ci sono i cattivi politici e così via. Ma i giornalisti sono anche coloro che non si dimenticano degli ultimi, dei disastri, che provano a dare voce a chi voce non ne ha, a coloro che sono dimenticati da tutti, dai cittadini e dalle istituzioni. Una responsabilità che in un certo senso condividiamo. Una responsabilità che noi viviamo nell’informare e nel vigilare. Informare sui fatti di ogni genere, vigilare su chi detiene o esercita il potere, di qualunque parte politica, estrazione sociale o credo religioso sia. Ma penso e spero che almeno su questo siamo d’accordo.


In attesa di un eventuale riscontro e di possibili scuse pubbliche a nome del Governo, per la responsabilità che le compete nel rappresentarlo in qualità di Presidente.

Un giornalista, un cittadino, uno come tanti che gradirebbe rispetto.

Simone Nardone