giovedì 17 gennaio 2013

Giornalismo, oggi scrivo e comunque penso


pubblicato su 26lettere.it il 16/01/13

Qual'è il giusto modo di fare giornalismo? Ultimamente sono in molti che pongono questa domanda. Sarà che quando si torna in campagna elettorale tutti sono più attenti al ruolo di coloro che rappresentano la "terzietà", sarà che in un momento del tutto particolare e delicato quale quello di questo tempo, forse, siamo indotti a pensare che il giornalista deve essere in un modo e non in un altro. O forse, il fatto che il nostro paese continua a retrocedere anziché a guadagnare posizioni nella classifica mondiale delle libertà di stampa, ci induce a porre attenzioni su queste tematiche.

Per prima cosa, probabilmente, è da porre in essere che non c'è una risposta "giusta" o sbagliata al quesito. Molto più probabilmente c'è un'interpretazione da dare. Certo, come è ovvio che sia, ci vengono proposti vari stili di fare giornalismo, alcuni più per così dire scolastici, altri più coloriti e se vogliamo più rivoluzionari nel senso di rappresentare una novità assoluta nel modo di affrontare la professione. In questi giorni, ad esempio ho assistito all'esaltazione dell'intervista fatta da Ilaria D'Amico a Silvio Berlusconi. Una bella intervista, ammettiamolo, ma cosa c'è stato di strano? Solo il fatto che la collega ha incalzato, nei dieci minuti a sua disposizione il Cavaliere, non lasciandogli scampo a risposte vaghe o a cambiare discorso. Questo è il "giusto" modo di fare giornalismo? Probabilmente sì, ma reputo abbastanza inquietante il fatto che un'intervista del genere "passi alla storia", poiché fuori dal coro. Poi ci sono altri stili, quelli a cui siamo stati abituati nel corso degli ultimi anni. L'esempio lo porterei con la trasmissione Servizio Pubblico della settimana scorsa. Una puntata politica dove di contenuti politici ce ne sono stati davvero pochi. La centralità è diventato un duello tra Berlusconi e Santoro, dove teoricamente al conduttore non toccava salire sul ring, e poi quell'arena che si è tramutata in puro spettacolo dove si notava una mediocrità di contenuti. 

Qualcuno potrebbe obiettare: ma se quello la pensa in quel modo non è libero di esprimere la propria idea? Premesso che il concetto di libertà in questi anni è spesso stato confuso con il termine libertinaggio, inteso nella devianza di poter fare qualsiasi cosa. La parola libertà, al contrario, è molto più bella e più ampia, poiché è comunque e paradossalmente vincolata al contesto a cui si applica. Proprio in questo contesto, a mio avviso, il giornalista non è che non deve avere o non deve esprimere la propria idea, deve "semplicemente" ricordarsi del ruolo sociale che ricopre, quello di informare. Difficile si riesce a scorporare la sfera personale da quella professionale e a farle ricongiungere limitatamente alla massima rappresentazione della professionalità, ma si può fare e molti lo fanno e lo hanno fatto senza dare mai adito di essere accusati di parteggiare per l'una o l'altra fazione in politica o di essere parte presa in una disputa mediatica. Esasperazione di una società ipocrita? Potrebbe anche essere per alcuni, a mio avviso si tratta di correttezza

Non credo a coloro che dicono che non prendendo posizione, il giornalista si limita a fare lo scriba oggettivo di ciò che accade. Allo stesso tempo credo che il giornalista racconta le notizie e le fa proprie rendendole allo stesso tempo uniche o creandole quando fa un'intervista. Ma si può esercitare la professione e la passione per questo lavoro anche non prendendo posizione. Forse ci basterebbe avere la lucidità di osservare e mettere in evidenza ciò che è giusto da quel che è sbagliato, perché il valore della giustizia - che probabilmente dovremmo riscoprire - esula dalle prese di posizione, è oggettivo e non soggettivo, e a quel punto il giornalista racconta sì il fatto, ma fa anche opinione pubblica, quella sana.