sabato 17 ottobre 2020

Covid-19 e quel problemino di comunicazione


Aumentano costantemente i casi Covid-19, bisogna preoccuparsi o non bisogna preoccuparsi? Forse, dovremmo imparare a dare un peso alle parole, perché in un tempo in cui abbiamo perso ritmi e modificato gli stili di vita, la lingua, i vocaboli e la comunicazione danno forma alle cose.

Per prima cosa penso che non solo non dovremmo preoccuparcene, ma neppure occuparcene più di tanto, giusto un minimo. Se andiamo all’etimologia della parola, la “preoccupazione” è il concetto di chi occupa qualcosa prima degli altri. Beh, a noi non c’è sicuramente chiesto di studiare cifre, formule, di valutare il problema, di capire come anticiparlo o come affrontarlo. A noi, cittadini, c’è sempre stato chiesto poco, molto poco: di indossare la mascherina, mantenere la distanza di sicurezza e lavarsi spesso le mani. Se tenessimo sempre questo a mente e non abbassassimo mai il nostro livello di guardia staremmo molto meglio. Quindi, forse, dovremmo preoccuparci meno di ciò che non ci compete e preoccuparci molto di più di quello che ci aiuta a non incontrare in modo ravvicinato il virus. E in più dovremmo usare l’app Immuni, ma questa è un’altra storia troppo lunga.

Tra chi si preoccupa per noi, invece, oggi – come ieri, e forse anche qualche giorno prima – si discute di come fare in modo di abbassare il livello di pressione che il Covid-19 può portare di qui a breve sul sistema ospedaliero italiano. Il tutto, ovviamente e legittimamente, senza impattare troppo sull’economia. Abbiamo ormai capito – ovviamente troppo tardi – che le aggregazioni, mischiate a un calo di attenzioni danno linfa alla diffusione del virus. Quindi dobbiamo prepararci, come fosse l’attesa di qualcosa di tetro e inquietante al nuovo Dpcm, manco fosse l’ultimo libro della saga “Per sicurezza esci domani”. Perché è questo ciò che passa, è questo quello che ci fa preoccupare, perché nell’epoca della pandemia se c’è qualcosa che non funziona è la comunicazione.

Colpa dei governanti impegnati a capire come gestire la più grande crisi economico-sociale-sanitaria della storia? O degli scienziati che spesso differiscono sugli approcci? O di qualcun altro? Poco conta di chi siano le colpe, ma la verità è che c’è un problema di comunicazione che ovviamente pone attenzioni inutili e confusioni giustificate nella gente, che se gli è sempre stato detto “la mascherina va indossata quando non si può rispettare la distanza di sicurezza” fatica a comprendere la norma che impone di indossarla anche all’aperto e paradossalmente anche in solitudine. Fermo restando che poi possono esserci tutte le legittime motivazioni del caso che non sta a me, né a nessun cittadino contestare, perché non ne abbiamo le competenze, ma soprattutto perché a noi non tocca preoccuparci.

Però, la preoccupazione, sale quando d’un tratto – sempre per quel problemino di comunicazione di cui si parlava prima – si arriva a parlare di “coprifuoco”. Io non so chi l’ha consigliato ai colleghi giornalisti nei titoli di questi giorni, né tanto meno se il concetto in sé nell’idea di contenimento di un virus abbia un richiamo scientifico, né se sia uscito dalle indiscrezioni di palazzo, o copiato dai cugini francesi, ma un po’ preoccupa.

Preoccupa il fatto che in un lockdown, quando sono chiuse tutte le attività non essenziali di un Paese, la presenza in strada non è giustificabile e quindi sanzionabile. Diversa è la cosa qualora si dovesse decidere di non chiudere il Paese, limitare al minimo le restrizioni ma imporre un “coprifuoco” da una certa ora in poi. Fermo restando che seppur in un periodo di stato di emergenza sanitaria è legittimo pensare che ci possa essere anche un’incongruenza normativa in uno stato di diritto come il nostro. Il senso del “coprifuoco”, proprio per via del suo nome, richiama a spettri bellici dai quali più volte gli scienziati ci hanno distaccato in questo periodo: “la pandemia non è una guerra” – e si potrebbe aggiungere – si combatte in modo differente. Attenzione, però, con ciò non voglio dire che una qualsiasi misura, anche la più restrittiva, non sia giustificata. Tutte le misure sono giustificate se si comprendono i rischi, i meccanismi, le motivazioni che ci portano ad una scelta.

Parlare di “coprifuoco” oggi fa preoccupare tanti cittadini che forse meriterebbero – responsabilmente – di vivere la propria esistenza come è stato consigliato, magari pensando legittimamente ad una passeggiata serale in solitudine.

Se poi un “coprifuoco”, o qualsiasi altra misura restrittiva – o persino il lockdown – dovessero divenire necessarie, fatecelo capire in modo chiaro, tanto, anche se non tocca noi preoccuparci, alla fine visto che ci stiamo preoccupando ugualmente, tanto vale capirci un po’ di più.