domenica 29 settembre 2013

La storia lo giudicherà

Pubblicato su www.26lettere.it
Scritto da Simone Nardone   
Martedì 07 Maggio 2013 
Cinquant’anni di storia politica del nostro paese. In una frase è così che può essere sintetizzato Giulio Andreotti, e forse è come si sarebbe definito anche lui.

Belzebù, il divo, o zio Giulio, poco importa come veniva chiamato, vagamente diversa è la questione della sua fama. Una fama fatta di luci ed ombre. Di un processo per mafia chiuso con la prescrizione, di un uomo che è stato il bello e il cattivo tempo dal dopoguerra alla fine della Prima Repubblica. Non solo cinquant’anni di potere, perché i numeri sono davvero rilevanti, e sono quelli di7 volte Presidente del Consiglio, 19 volte ministro e sempre alto dirigente della Democrazia Cristiana.

Stimato e apprezzato all’estero, sempre amato e odiato in patria. 94 anni di vita in primo piano, nello scacchiere che conta. Bella una sua intervista di qualche anno fa, in cui spiegava che alle superiori i suoi voti non erano eccellenti, ma di come all’università aveva capito che per diventare qualcuno bisognava studiare.
Celebri, le sue citazioni, la più famosa sicuramente quella che rappresentava anche il suo cinismo politico e il senso dell’ultimo grande statista che il nostro panorama politico ci ha regalato: “Il potere logora chi non ce l’ha”. E di fatto, lui che di potere ne aveva avuto, non si era così logorato, non agli occhi del mondo. Le ombre sull’uccisione del giornalista Pecorelli, assassinato dalla mafia, con le ombre della lunga mano del politico centrista hanno tenuto banco per anni sulla cronaca giudiziaria nazionale. Ma il celebre Giulio non ha mai esitato a rispondere cosi: “Se dovessi morire tra un minuto, so che non sarei chiamato a rispondere né di Pecorelli, ne’ della mafia. Di altre cose sì, ma su questo ho le carte in regola”.

Le polemiche non si sono placate neppure nei secondi immediatamente successivi alla scomparsa dell’ex premier. I social network hanno ironizzato e demonizzato a tratti la figura di per sé abbastanza controversa del politico italiano, al Senato non si è riuscita neppure a fare la commemorazione, mentre in consiglio regionale in Lombardia, la scelta silenziosa dell’uscita dall’aula di Umberto Ambrosoli, figlio del celebre Giorgio, assassinato nel ’79, accusato dallo stesso Andreotti, di essere uno che “se le andava cercando”, sono una di quelle cose che ti lasciano nel dubbio non della grandezza ma dell’autorità delle istituzioniAnche perché nel bene e nel male Andreotti era il potere.

Manzoni, diceva “ai posteri l’ardua sentenza”, “sarà la storia a giudicarlo”, ha invece detto il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Forse, più semplicemente a caldo, potremmo constatare con semplice spirito di osservazione, che nella storia, Giulio Andreotti, già c’era prima dell’ultimo respiro. Diverso sarà il giudizio che essa gli riserverà. Più facile, agli occhi del grande pubblico, che tutto rimarrà coperto per sempre da luci ed ombre, così come è stata la carriera politica e la vita del “divo”, che come messo in evidenza nel film di Sorrentino, nell’89 formava quasi a sorpresa il suo ultimo governo e nel ’92 entrava a Montecitorio con l’elezione al Colle in tasca, uscendo con la più bruciante sconfitta politica, che di fatto ne segnava il declino.

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