mercoledì 30 ottobre 2013

"Legge 270 bis" - Proposta di modifica della normativa elettorale

Si è tornato a parlare in modo dirompente di riforma elettorale.
Senza entrare nei dettagli di posizioni politiche e partitiche tra chi vuole un sistema più maggioritario, preservando la premessa della governabilità tra gli obiettivi, e chi invece, lavora ad individuare un sistema proporzionale capace di consolidare un sistema politico già in precarie condizioni, non potevo non prendere posizione. 
L'idea di massima è di non demonizzare il sistema elettorale vigente, ma lavorare per poterlo migliorare e garantire un'applicazione più dignitosa di quelle del 2006 e del 2013.
Pertanto sulla base della legge 270 del 2005, si è provveduto a lavorare per improntare un sistema capace di migliorarsi.


Un sistema, però non è pienamente valutabile fin quando non è applicabile. Siccome non abbiamo la possibilità di applicarlo ad elezioni da svolgere, ci siamo limitati a simulare i risultati che avrebbe prodotto nelle elezioni 2006, 2008 e 2013.


Per farsi un'idea completa su ciò di cui stiamo parlando si invitano i lettori a leggere i due documenti citati.

lunedì 28 ottobre 2013

Il Punto - 28/10/2013

Sono seccato dal dibattito mediatico e politico sulla riforma elettorale. C’è chi vuole preservare il Porcellum, chi dice “mai più con il proporzionale”, chi è apertamente per il maggioritario, chi preme per una riforma tanto per modificare quella attuale, salvo poi stigmatizzare che non è importante sia fatta bene; della serie “peggio di questa è difficile”. E ci può anche stare. Ma si può mai tornare al maggioritario? Si può mai fare l’ennesima inversione a U, rivoluzionare nuovamente il panorama politico e il sistema partitico? Roba da addetti ai lavori? Probabilmente sì, ma siccome si tratta di “una regola del gioco” e le regole di solito interessano tutti, sarebbe il caso ce ne interessassimo un po’ tutti

giovedì 24 ottobre 2013

Il falco diventato colomba

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23 ottobre 2013

Deve essere arrivato nella vita politica del senatore Claudio Fazzone quel punto di rottura che di arriva in quasi tutte le carriere degli esponenti politici nazionali.

Il senatore fondano, da sempre limpido e chiaro nella linea politica da seguire, berlusconiano convinto, forte del negazionismo sull’evento mediatico del “caso Fondi”, moderato nei temi ma audace nei toni, negli ultimi tempi, o se vogliamo negli ultimi giorni, ha sterzato verso un cambio di rotta e di linea politica.

Prima la designazione, se vogliamo dai tratti spiazzanti, in seno alla commissione parlamentare antimafia. A seguire le polemiche politiche su questa nomina, che ne hanno riacceso la medianicità nazionale, di quello che nel bene o nel male, tutti – ma proprio tutti i media – hanno ritratto come ilpolitico più potente della provincia di Latina.

E poi la svolta. Il falco che diventa colomba. Proprio così, uno dei più grandi fedelissimi berlusconiani che improvvisamente – agli occhi dei più – sceglie la linea morbida, quella dei “lealisti” a Letta, o per come hanno voluto chiamarsi, degli “innovatori”.

Così arriva la firma di Claudio Fazzone nella nota a sostegno della posizione di Quagliariello, Formigoni e gli altri che minacciano la conta, forti di quei 24 senatori (l’esponente fondano compreso) che anche se Berlusconi imponesse la crisi, loro sosterrebbero il governo.

Certo, per chi segue la politica nazionale che si interseca con quella locale, ricorderà che tempi addietro l’esponente del Pdl aveva dapprima iniziato a seguire una linea più morbida, iniziando a presentare interventi, mozioni e proposte di legge firmando con l’ex ministro Pisanu, che come si ricorderà non era proprio un berlusconiano. Ma Fazzone era andato oltre, mettendo il suo nome accanto all’ex titolare del ministero degli interni nel documento definito dei “frondisti” nel maggio del 2012.

Tutti elementi da non considerare scollegati tra loro, ma che al contrario tracciano una bella linea retta sulla posizione del senatore fondano che così facendo, checché se ne dica, è rimbalzato su testate nazionali, finendo addirittura due volte in prima serata grazie a Maurizio Crozza, che nel “Paese delle Meraviglie” del 18 ottobre in onda su La7 l’ha tirato in ballo per la designazione in commissione antimafia e nella copertina di “Ballarò” del 22 ottobre l’ha citato per il sostegno a Quagliariello.

Della serie “l’importante è che se ne parli”, perché la comunicazione politica funziona anche così. Dopo tutto, che sia falco o colomba, ai sostenitori poco importa, quel che importa è che sappia spiccare nuovamente il volo, chissà in quali cieli e verso quali lidi.

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Fazzone all'antimafia, Crozza ci fa satira politica

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19 ottobre 2013

La faccenda Fazzone in commissione parlamentare antimafia arriva anche nella satira politica nazionale. A portarla a La7 il comico genovese Maurizio Crozza, nella prima puntata del suo show in prima serata.

“Noi siamo il paese delle persone sbagliate. O meglio noi riusciamo sempre a mettere le persone sbagliate nel posto sbagliato. Saremmo capaci di mettere un bracconiere alla protezione animali o il capitano Acab a capo di green peace. Ora esagero, saremmo capaci di mettere in commissione antimafia che indaga su Mancino l’ex autista di Mancino”. Così esordisce a ventiquattro minuti dall’inizio della prima puntata del suo show “Il paese delle Meraviglie” in onda su La7 ieri sera (18 ottobre), il comico Maurizio Crozza, mentre dietro di lui, sul palcoscenico appare la fotografia delsenatore del Pdl Claudio Fazzone.

“Nel 2008 il Fazzone – prosegue Crozza indicando il politico fondano – si era opposto con tutte le sue forze allo scioglimento per mafia del Comune di Fondi in Provincia di Latina. Aveva dichiarato ‘è solo un complotto politico e mediatico’. Infatti nel 2011 a Fondi ne hanno condannati in 33. Per un complotto politico e mediatico che per farla breve i giudici l’hanno chiamata mafia”.

“Fazzone ha fiuto per la mafia” conclude il minuto e mezzo di intervento sull’esponente pidiellino, il comico genovese lanciando un paradossale paragone investigativo per concludere il tutto con una battuta sul nucleare di Fukushima e strappare la risata del pubblico.

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Antimafia, la nomina di Fazzone rimbalza sulle testate nazionali

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12 ottobre 2013

Polemiche ovunque per la composizione, arrivata tra l’altro dopo addirittura sette mesi di travaglio, della commissione bicamerale antimafia.

 Diversi i deputati e senatori nell’occhio del ciclone creato dall’opinione pubblica. Tra questi spicca anche il senatore fondano del Pdl Claudio Fazzone. Al di là delle parole della stampa locale a mettere la lente d’ingrandimento sul segretario provinciale del partito di Berlusconi sono stati già diverse testate giornalistiche. Il Fatto Quotidiano è stato il primo a riservare addirittura un editoriale, già nella giornata di ieri appena si è diffusa la notizia della designazione, in cui si ripercorre la carriera politica del più celebre “Claudio” fondano mettendo in evidenza il “non scioglimento” del consiglio comunale di Fondi e le indagini sul presunto abuso di ufficio per le lettere di raccomandazione alla Asl di Latina quando era presidente del Consiglio regionale del Lazio. Il pezzo, a firma di Andrea Palladino è titolato Antimafia, Fazzone: l’ex autista di Mancino che non voleva far sciogliere Fondi, mettendo proprio in evidenza come il politico più potente della provincia di Latina al di là delle ombre rimaste a seguito della battaglia politica sulla commissione d’accesso a Fondi “è arrivata per Fazzone una nomina di peso, all’interno della commissione che si occuperà di dossier delicatissimi. Come la trattativa Stato-Mafia, che vede imputato quello stesso Mancino che ha conosciuto all’inizio della sua carriera”.

Anche l’Espresso, però, è intervenuto sulla notizia citando Fazzone nell’articolo “Antimafia, i nomi che non ti aspetti, nel quale Giovanni Tizian e Nello Trocchia hanno messo la lente d’ingrandimento su sette designazioni ritenute “particolari”. Tra queste un punto è stato riservato al politico pontino, di cui si legge nell’articolo: “Si è battuto come un leone contro lo scioglimento per condizionamento mafioso del comune di Fondi, assecondato dall'allora governo Berlusconi che decise di salvare l'ente locale nonostante fossero provate le infiltrazioni criminali. In ogni sede, anche giudiziaria, ha retto l'impianto accusatorio, la mafia a Fondi c'era, Fazzone parlava, invece, di complotto politico e mediatico – per proseguire con la pesante sottolineatura – nella relazione, redatta dal prefetto Bruno Frattasi, spuntava anche il nome del senatore, ora commissario antimafia”.

Quasi non pervenute, invece, le polemiche politiche locali. Nessuna nota ufficiale da parte di partiti e gruppi consiliari. L’unico che ha commentato pubblicamente la nomina è stato ilconsigliere comunale del Pd di Fondi Bruno Fiore, che attraverso il proprio profilo Facebook, ieri commentando le nomine di Fazzone e Moscardelli ha lanciato una sferzata all’esponente del Pdl “A Claudio Fazzone mi verrebbe di chiedere: come farà a combattere le mafie se ha sempre negato l'esistenza delle stesse nella nostra Provincia?”  

A fare compagnia al senatore fondano, oltre al collega del Pd Claudio Moscardelli, anche Angelo Attaguile, Rosy Bindi, Luisa Bossa, Maria Rosaria Carfagna, Fabiana Dadone, Marco Di Lello, Francesco D'Uva, Davide Faraone, Claudio Fava, Laura Garavini, Antonio Leone, Massimiliano Manfredi, Davide Mattiello, Alessandro Naccarato, Riccardo Nuti, Pina Picierno, Carlo Sarro, Giulia Sarti, Marcello Taglialatela, Andrea Vecchio, Paolo Vitelli, Donatella Albano, Giovanni Bilardi, Anna Cinzia Bonfrisco, Donato Bruno, Enrico Buemi, Elisa Bulgarelli, Rosaria Capacchione, Peppe De Cristofaro, Salvatore Tito Di Maggio, Stefano Esposito, Luigi Gaetti, Mario Michele Giarrusso, Carlo Giovanardi, Miguel Gotor, Giuseppe Lumia, Corradino Mineo, Franco Mirabelli, Francesco Molinari, Luigi Perrone, Lucrezia Ricchiuti, Salvatore Torrisi, Stefano Vaccari, Raffaele Volpi, Dorina Bianchi, Vincenza Bruno Bossio, Ernesto Magorno, Rosanna Scopelliti, Francesco Molinari e Giovanni Bilardi.

Martedì, la prima riunione della commissione in cui dovrebbero dividersi le cariche interne. La presidenza dovrebbe toccare alla quota Pd, in testa sembra esserci Rosy Bindi. Per i due senatori della Provincia di Latina non dovrebbero esserci – il condizionale è d’obbligo – incarichi particolari.

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Fazzone e Moscardelli nominati membri della commissione parlamentare antimafia

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11 ottobre 2013

Parla pontino la nuova commissione parlamentare antimafia. Dopo otto mesi dalle elezioni politiche, il Parlamento ha deciso di designare i componenti di una delle più prestigiose e delicate commissioni bicamerali. A comporla tra gli altri, il potente senatore fondano del Pdl Claudio Fazzone e il collega di Latina del Pd Claudio Moscardelli.

Dopo le pressanti posizioni di diversi parlamentari che avevano chiesto con insistenza nei giorni scorsi, un’accelerata sulla designazione per far sì che la commissione potesse iniziare a lavorare, oggi pomeriggio sono arrivati i nomi dei componenti. Ancora nessuna nota ufficiale dai due rami del Parlamento sull’esatta composizione della bicamerale, ma in molti, tra gruppi parlamentari e singoli deputati e senatori hanno ufficializzato la loro designazione. Tra questi spiccano i due senatori pontini: Claudio Moscardelli del (Pd) e Claudio Fazzone (Pdl).
Martedì prossimo, 15 ottobre, la prima riunione della commissione, nella quale si capirà anche se i due, rimarranno semplici appartenenti alla commissione o se verranno sponsorizzati dai propri gruppi per qualche ruolo particolare.
L’evento di quest’oggi che vede la presenza di due senatori pontini di due schieramenti diversi nella nuova commissione antimafia mette sicuramente in evidenza come anche Pd e Pdl ritengano che il problema delle mafie nel sud pontino è un fenomeno da studiare e affrontare anche con coloro che hanno anche il proprio bacino elettorale nel basso Lazio.

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sabato 12 ottobre 2013

L'Italia cambi verso


L’Italia potrebbe cambiare verso. Di sicuro le primarie per la segreteria del Pd sono il punto di non ritorno di un partito in primis e di una classe dirigente in secundis. Perché le cinque candidature annunciate siamo ad una vera svolta rinnovatrice nel Pd. Cuperlo più di ogni altro rappresenta le idee della vecchia classe dirigente, Pittella l’outsider che tale dovrebbe rimanere, e poi ci sono loro due: Matteo Renzi e Pippo Civati. Il primo, il grande favorito, il secondo lo sfidante, quello che un tempo gli era amico – anche politicamente parlando – e ora lo sfida perché lo sconfessa.

Ma in cosa si sconfessa Renzi? Perché sinceramente non capisco:

- ha perso le primarie lo scorso autunno e si è messo a disposizione facendo campagna elettorale accanto a Bersani;
- quando il centrosinistra non ha vinto le elezioni, ha invitato i dirigenti a fare un’analisi sulle responsabilità oggettive;
- ha detto che Marini forse non era la persona giusta per fare il Presidente della Repubblica e il suo partito, il Pd ha deciso di votarlo uguale innescando la vergogna dell’elezione presidenziale;
- non ha “trombato” Prodi, al contrario delle accuse, lo stesso Professore in una delle ultime interviste ha dichiarato che da alcune dichiarazioni ha dedotto che il “fuoco amico” è arrivato dai d’alemiani;
- ha sempre detto di essere contro le larghe intese, ma giustamente ha spiegato, che a seguito delle elezioni, è inutile rivotare, poiché il risultato sarebbe lo stesso, quindi, meglio una stabilità al paese.

Poi si può contestare lo stile. Ma non posso sopportare chi contesta a Matteo che gli slogan e il liberismo non sono di sinistra, in un paese dove di sinistra non è rimasta neppure la parola stessa “sinistra” che è stata amputata proprio da chi si diceva di questo schieramento.
Gli slogan non sono di destra o di sinistra, sono uno strumento. Il liberismo non è né di sinistra né i destra, è una strada politica in materia di sviluppo economico.
Sono di sinistra i diritti, quei diritti che in Italia spesso non vengono garantiti. E’ di sinistra fare le cose secondo il giusto, secondo legge, secondo equità, è di sinistra dare speranza. Pensiamo a cosa è, e non a cosa non è.

Io personalmente vedo il nostro paese come è oggi e come potrebbe diventare e non mi piace, per quello voglio che L’ITALIA CAMBI VERSO. E come può farlo se non con MATTEO RENZI?!

venerdì 11 ottobre 2013

Il Punto - 11/10/2013

Alitalia sì, Alitalia no. E’ una mia sensazione o siamo in un deja vù? Me lo domando perché sento parlare di “svuota carceri”, come era nel 2007 e ora di “salvare” la compagnia di bandiera dalle tenaglie di Air France. Ma ci conviene? Ce lo domandiamo? Certo, evitiamo i tagli della compagnia francese che provocherebbero un problema sociale per varie famiglie, ma come si fa a pensare che devono essere le Poste Italiane a salvare Alitalia? Tra l’altro con il coraggio di dire che così si evita l’intervento pubblico. Diretto semmai. Non prendiamoci in giro, è comunque lo Stato, quindi i contribuenti che si mettono le mani in tasca per tentare nella difficile se non folle prerogativa di salvare la compagnia di bandiera. Il mondo si evolve, cambia, a volte sbaglia, ma cambia. Noi? Beh noi ci manteniamo sullo stazionario, non risolviamo i problemi per riproporceli a distanza di cinque sei anni, giusto per avere l’illusione di essere più pronti al secondo tentativo.

mercoledì 9 ottobre 2013

Il Punto - 09/10/2013

Indulto? Aministia? Più che altro parliamo di follia! Apprezzo l’interessamento del Presidente della Repubblica per il tema del sovraffollamento delle carceri, ma a me hanno insegnato che spesso la soluzione non è quella più semplice. Già, perché malgrado la mia giovane età ricordo quell’ultimo “condono” giudiziario a firma Napolitano-Mastella, giustificato come una soluzione momentanea per risolvere il problema nel lungo periodo. Sono passati sei anni, dico SEI e risponsorizzare la stessa cosa mi sembra una presa per i fondelli per tutti i cittadini italiani. “Mai più nessun condono di alcun genere”, tuonavano in molti mesi addietro in campagna elettorale e nel governo Monti. Scusate, come definireste amnistie e indulti voi? Poi…avete mai provato a fare un esame che parli di questi “provvedimenti eccezionali”? Bene riformattiamo la definizione allora, perché a me sembrano abitudinari, da noi. Infine dal mio dente avvelenato sulla questione permettetemi un’osservazione: se abbiamo un esubero di pazienti che facciamo? Penso e spero che troviamo il modo di costruire nuovi ospedali o almeno curarli in altre strutture, voglio sperare che non decidiamo di farli uscire per assenza di posti letto. Lì morirebbe il paziente, qui forse va in coma la democrazia.

domenica 6 ottobre 2013

Cose dell'altro mondo

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Scritto da Simone Nardone   
Domenica 06 Ottobre 2013 20:49
L’altro giorno un asteroide di consistenza e dimensioni ‘interessanti’ ha quasi sfiorato la Terra nell’indifferenza collettiva, anche perché nessuno sapeva che stava transitando. Proprio l’altra notte, rientrando a casa mentre ascoltavo questa notizia in diretta alla radio, mi veniva in mente una delle più belle saghe di fantascienza “Men in Black”, dove Will Smith e Tommy Lee Jones si impegnavano a combattere guerre interstellari o attacchi alieni che possano annientare il nostro pianeta.

In questo scenario metà vero e metà filmografico immaginavo se per assurdo della vita intelligente, o quelli che nell’immaginario collettivo  sono i comuni extraterrestri, magari attraccati sulla Luna o al confine del Sistema Solare, scommettessero sull’impatto o meno. E come si fa durante la scommessa si interessassero alla gara sulla quale avevano investito.

In questo immaginario magari osservavano il paese più potente del mondo che non poteva pagare una buona fetta dei dipendenti pubblici perché due gruppi di uomini capitanati da due leader dal colore della pelle diverso tra loro litigavano se era giusto o meno non far pagare il diritto alla salute. Fantastico.

Oppure qualche migliaio di chilometri oltre oceano notavano come degli uomini a pescare non potessero aiutare altri scuri di pelle e di altra nazionalità che stavano affogando perché una legge gli impediva di non farlo. Assurdo.

E più a sud, invece, dovevano osservare quei due occidentali linciati perché accusati di trafficare organi umani di un altro popolo. Tremendo.
Insomma, cose dell’altro mondo!

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Il Punto - 06/20/2013

Leggi, purtroppo o per fortuna, vanno rispettate in tal caso applicate anche quando sono assurde. Come è assurdo indagare i superstiti di una tragedia per reato di immigrazione clandestina. Ma non si può non accusare una legge vergognosa come questa. L’Europa deve prendere una posizione chiara, limpida e possibilmente anche severa. Ma la severità non può imporre la vergogna di una legge, la “Bossi-Fini” che mai come nella tragedia di Lampedusa mostra tutti i suoi limiti. Nessuno probabilmente ha la ricetta della legge “giusta”, ma il popolo ha il diritto di protestare, la magistratura di operare e allo stesso tempo di farlo notare e la politica di trovare le soluzioni. In poche parole serve un paese che funzioni normalmente, in contenitore Europa che si comporti di conseguenza.  

sabato 5 ottobre 2013

Il Punto - 05/10/2013

“Decadenza”, in diritto, consiste nella preclusione dell'esercizio del diritto da parte del titolare. Per noi comuni mortali, un nuovo termine di uso tecnico che la politica e i media ci hanno portato a incontrare negli ultimi tempi. Eppur decade verrebbe da dire. Perché il voto ieri della Giunta del Senato ha segnato la decadenza da senatore di Berlusconi. Atto vile? Giustizialista? Una maggioranza politica che vuole invertire un consenso popolare? Più semplicemente un voto che in un altro paese si sarebbe chiamato di ratifica ad un dato di fatto. Ma siamo in Italia…si sa…

venerdì 4 ottobre 2013

Il Punto - 04/10/2013

Guardavo le immagini ieri del mare. Quel luogo di svago e vacanze per molti. Di morte e dramma per troppi altri. Pensavo a Lampedusa, al sindaco in prima persona, ma anche alla gente, ai pescatori, ai volontari e agli uomini della Guardia Costiera. Pensavo al limite dell’Europa, a quello della legislazione italiana. Credo che in fondo siamo tutti un po’ responsabili dell’indifferenza, irresponsabili nella morte. Oggi è giornata di lutto, di lutto nazionale. E in questo stato di malessere e tristezza nel cuore rilancio una bell’idea nata in rete: sponsorizziamo Lampedusa Nobel per la pace!

giovedì 3 ottobre 2013

L'arrocco

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Scritto da Simone Nardone   
Mercoledì 02 Ottobre 2013

Se quest’editoriale lo avessimo pubblicato ieri sera (1 ottobre) o stamattina il titolo sarebbe stato semplice: “Il re è stato destituito”, o meglio “il re sta cadendo”. Ma come dice Trapattoni “non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”. E Berlusconi, come un vero felino, di vite ne ha tante e, al di là di quello che dicono in molti, forse ancora non è arrivato a giocarsi la settima.

Effettivamente, oggi il leader incontrastato del centrodestra italiano da un ventennio ha perso un’importante battaglia politica, ma non ha ancora consegnato le armi, né tanto meno è ko. Certo, il governo Letta ha la fiducia, al contrario di quanto lui auspicava e forse potrebbe sopravvivere anche in caso il Pdl berlusconiano togliesse l’appoggio all’esecutivo. Per di più è ineleggibile, ma non è “morto”politicamente e quindi forse è il caso che i suoi avversari politici stiano ben attenti.
Tutti si aspettavano il “giorno del giudizio”, il “B day”, con i numeri che per qualche voto fossero dalla sua o contro di lui, invece niente. Alla fine dei conti, questi quattro giorni e in modo particolare oggi potrebbero essere sintetizzati come una grande, grandissima figuraccia politica personale e di livello internazionale, ma nulla più di questo.
L’unico dato politico degno di nota è che il Pdl e il centrodestra in generale (Lega esclusa) per la prima volta dopo quasi vent’anni, riscontrano la possibilità che possa essere messo sotto scacco il“re”. Per gli amanti del celebre gioco da tavolo, potremmo dire che si è difeso in extremis con un“arrocco”, una mossa estrema per evitare di perdere la partita. Analizzando la questione in termine più “aziendale”, invece, come anche il protagonista gradirebbe, potremmo semplificare che fino a sabato Berlusconi era ancora convinto di essere il socio unico di una ditta individuale, mentre quest’oggi ha dovuto riscontrare di essere il socio di maggioranza di una “società” (= partito)dove ha seri problemi di libertà di manovra all’interno del consiglio di amministrazione.


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domenica 29 settembre 2013

Ci risiamo

Pubblicato su www.26lettere.it
Scritto da Simone Nardone   
Domenica 29 Settembre 2013 
Passano gli anni, spesso cambiano gli attori, ma quel senso di “abbandono”dell’istituzione in Italia regna sovrano, e così ci si ritrova a commentare l’ennesima crisi di Governo.

E’ inutile cercare colpe, tra le pagine dei giornali che giocano ognuno a difendere gli interessi politici e personali di qualcuno o qualcosa. Quel che conta è che manca sempre più quella visione d’insieme. Il senso di collettività e di Bene Comune.L’interesse generale al posto di quello particolare.

Da una parte il centrodestra (fino a ieri governativo), schierato a difesa del non innalzamento delle tasse. “Noi siamo la sentinella anti-tasse del governo” tuonavano fino a qualche giorno fa. Dall’altra il centrosinistra (teoricamente ancor oggi governativo), con l’onere di garantire una governabilità –chissà fino a quale prezzo – e promettere riforme sistemiche in cui non crede neppure il sistema stesso. Già, perché che la barzelletta che il Pdl esce dal governo per il probabile aumento dell’Iva, rimane tale, perché dovranno spiegare ai propri elettori che così facendo non solo s’innalza l’Iva, ma addirittura si rischia il ritorno dell’Imu entro la fine dell’anno. Dall’altra, però, c’è un partito allo sbando alle prese con un teorico congresso che non è stato capace di realizzare nulla di ciò che aveva promesso, neppure mantenere il candidato premier.

In questa fanghiglia politica neppure i Cinque Stelle ne escono rafforzati. Scarsamente visibili politicamente e legislativamente. Allineati – e coperti – sotto il fuoco amico del leader Grillo, pronti a criticare ad alta voce una legge elettorale definita “vergognosa”, ma ben attenti dal tentare di cambiarla per non essere ridimensionati.

E adesso? Molti inneggiano alle urne (con il rischio dello sciopero dell’affluenza). Qualcuno alle larghe intese, altri ad uno tecnico i poveracci ad un colpo di stato. Fantasie politiche a parte, e iter parlamentari e istituzionali permettendo si cercherà di constatare in aula se non esiste una maggioranza. Poi o altro esecutivo con nuova maggioranza, o le urne (magari a inizio 2014).

Nel frattempo non ci resta che osservare come con la Prima Repubblica mandata in soffitta da tempo e la Seconda, teoricamente agli sgoccioli alla fin dei conti le buone usanze degli anni ’70 e ’80 è bene mantenerle, tipo quella dei governi balneari. La domanda successiva è un’altra: siamo pronti a iniziare la tradizione anche di quelli natalizi?

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Il suicidio della sinistra

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Scritto da Simone Nardone   
Venerdì 20 Settembre 2013 
Un bellissimo libro edito da Garzanti del 2008 e a firma di Rodolfo Brancoli titolava:“Fine corsa. Le sinistre italiane dal governo al suicidio.

Nel suo saggio, lo strettissimo e altrettanto poco noto collaboratore di Romano Prodi negli anni di Palazzo Chigi, raccontava l’ultima esperienza dell’esecutivo del professore (dal governo), fino alla caduta di esso, e alla bruciante ma inevitabile sconfitta elettorale del 2008 (al suicidio).

E’ sempre curioso riprendere un libro perché ti dà nelle mani la grandezza di un lavoro fatto in un tempo ben preciso. Pensate se Brancoli prendesse carta e penna e scrivesse il sequel, con ogni probabilità ne uscirebbe fuori un film horror. Perché il collaboratore di Prodi, nonché ex corrispondente di Corriere della Sera e Repubblica parlava di suicidio senza aver visto di cosa era capace l’intera sinistra, con Bersani capofila con la bandiera in mano a trainare tutti verso la lavanderia dei giaguari. Parlava di suicidio senza conoscere la più grande sconfitta politica nel vedere perdere un’elezione già vinta, rompere una coalizione, non essere capace di imporre un Capo dello Stato e soprattutto allearsi con il nemico storico “Berlusconi”.

Così dopo il suicidio c’è l’occultamento di cadavere. Di solito ciò avviene dopo un omicidio, ma siccome quegli strani individui della sinistra, quelli che i bambini non se li mangiavano ma che a furia di sentirselo dire quasi ci hanno creduto, non rendendosi conto del primo suicidio hanno pensato bene di proporsi per altre strategie davvero vincenti che essendo talmente geniali ci fanno essere l’unico grande paese dell’Europa occidentale a non aver visto a capo del governo un esponente politico proveniente dalla tradizione “socialista” o “post comunista”, (parentesi di D’Alema a parte che però non è stato eletto bensì subentrò a Prodi dopo il primo “suicidio” del ‘98).

Perché, Berlusconi a parte, adesso si ricomincia. E poco c’entra se i “giovani turchi” i “rottamatori renziani” o gli Unni di Attila puntino alla scalata del Pd e del centrosinistra, poiché checché se ne dica quell’area politica italiana è morta. E’ morta nella storia, orfana della figura insostituita di Enrico Berlinguer da una parte e di quella irricevibile di Craxi dall’altra. E’ morta, suicidata, uccisa o abbattuta, prima che da Prodi, da Veltroni da Mastella o dai vari attori politici della Seconda Repubblica, dalla caduta del muro di Berlino, quasi che il trasformismo dei partiti potesse mascherare il fallimento ideologico di un ideale.

Eppure, anche se nei detti popolari si afferma che “solo alla morte non c’è rimedio”, in politica c’è sempre l’opzione di resuscitare, cambiando probabilmente registro e attori, ed evitando, se è ancora possibile l’ennesimo inesorabile suicidio. 

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Il giorno del giudizio

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Scritto da Simone Nardone   
Mercoledì 18 Settembre 2013 
Ci siamo. Anzi, ci risiamo. Oggi (18 settembre), l’Italia si ferma, perché siamo di fronte all’ennesimo “giorno del giudizio”.

Questa sera alle ore 20,30 la giunta per le elezioni e le immunità del Senatosarà chiamata al primo voto sulla decadenza da Palazzo Madama di Silvio Berlusconi.

Il punto non è la questione politica, probabilmente importante, ma non di vitale importanza per i più. L’ennesimo giorno del giudizio ripropone uno dei nodi fondamentali che sono alla base dei problemi dell’Italia di oggi: la questione giustizia. Uno dei tre poteri fondamentali dello stato continua ad  essere immerso nel caos immischiato nella non certezza della pena, che spesso frena anche gli investitori stranieri.

La domanda che più semplicemente verrebbe da porsi è: nel paese che istituisce processi mediatici per i furti al supermercato come per l’omicidio seriale, possibile che dopo tre gradi di giudizio abbia ancora bisogno di “giorni del giudizio”?

Qualcuno potrebbe sintetizzare che di fatto la sentenza in Cassazione è un qualcosa di definitivo e che ora si sta parlando di altro, e in effetti a norma di legge è proprio così. Però poi ci ritroviamo all’ennesimo “giorno del giudizio”, l’ennesimo ma non l’ultimo. Indipendentemente da quale sarà il voto stasera in giunta, infatti, ci dovrà essere comunque un’ulteriore voto in aula. Poi sarà la volta della Corte di Strasburgo e questa storia giudiziaria da una parte e politica dall’altra andrà avanti ancora per diverso tempo.

Evidentemente a noi italiani piace essere il paese che ha più anni di processo, gradi e giorni di giudizio che pene da scontare.

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11 Settembre

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Scritto da Simone Nardone   
Mercoledì 11 Settembre 2013 13:27

Sono passati ben dodici anni da quell’11 settembreDopo poco più di un decennio ti rendi conto di come la storia si scriva nel presente, solo quando nel futuro, i tuoi personali ricordi si sovrappongono alla pagina di storia.


Nell’istantanea di quel primo pomeriggio di dodici anni fa, penso che mi manchi solo di ricordare come ero vestito, perché tutto il resto è vivo nella mia mente.

Era il giorno prima del rientro a scuola, e stavo in giro per la città con gli amici in scooter a godermi l’ultimo giorno di libertà dal dovere di alunno. Passando sotto casa di un’amica iniziò a girare una voce strana, ripetuta anche in qualche incontro successivo: “Hai visto, hanno buttato giù una torre gemella a New York. Non si capisce se con un missile o cose del genere”. Neppure un film di fantascienza ci avrebbe consentito di credere a tali affermazioni.

Solo il veloce rientro a casa mi consentì, appena aperta la porta di ingresso, di vedere attraverso l’occhio su Ground Zero delle televisioni mondiali cosa stava accadendo, e il secondo aereo di linea impattare contro la l’altra torre gemella.

Neppure un film era tanto reale, perché non era una pellicola a girare, bensì la vita di migliaia di persone. L’intero mondo guardava sconcertato il cuore di New York raso al suolo. Le emozioni erano un aggrovigliarsi di macabri interrogativi su quel che stava accadendo e la sensazione che la storia era ad un giro di boa. Solo una certezza aleggiava anche nelle ore successive all’attentato, che la vita, per chi quel giorno era lì, sarebbe cambiata per sempre.

In realtà, la vita è cambiata per sempre per tutti noi, e anche se i libri di storia hanno messo nero su bianco quello che è accaduto, lasciando comunque aperte rivisitazioni storiche, per la vicinanza temporale con l’accaduto, sta a noi, raccontare le emozioni, perché solo così si può non dimenticare l’attacco alle torri gemelle, che per molti è semplicemente l’11 settembre.

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Diritti sì, ma a quale prezzo?

Pubblicato su www.26lettere.it
Scritto da Simone Nardone   
Martedì 04 Giugno 2013 15:41
“La storia non si ripete, probabilmente ha solo dei tragici punti in comune”. Con questa frase potremmo ricordare, riscoprire la storia del passato e parlare comunque del presente.

Era il 4 giugno del 1989, quando in piazza Tienanmen, studenti, intellettuali e operai cinesi protestavano contro il regime. Il simbolo della lotta alla tirannia, diventava quello che poi fu ribattezzato il “rivoltoso sconosciuto”, che disarmato, come viene ritratto in numerosissime foto che hanno fatto il giro del mondo, si schierava dinanzi ad una colonna di carri armati, pronti a sparare sulla folla.

Passano gli anni, ben quattordici, e della primavera democratica cinese, passiamo alla primavera turca. Altra storia, altra rivolta, altre vittime, e sempre lo stesso problema, lo stesso argomento di discussione: l’abuso di potere.

In un mondo sempre maggiormente globalizzato, spesso il concetto alto e puro di democrazia ha lasciato il posto a quello più efficiente e meno menzionato di “governo dei pochi” o dei potenti. Passata l’attenzione sulle oligarchie ideologizzate politicamente come era riconosciuta alla fine degli anni ’80 quella cinese, viene rilanciata l’accusa ai regimi di religione, con le primavere arabe che diventano spesso estati torride di fuoco e vittime. Il preludio per un brusco autunno democratico e un inverno in tema di rapporti internazionali.
E’ questo che negli ultimi giorni ha portato in piazza in Turchia migliaia di manifestanti, accusatori che il governo di Ankara vuole
 “islamizzare” il paese.
A distanza di quattordici anni piazza Tienanmen e piazza Taksim sono lontane davvero di poco nella stessa cornice cromatica delle “fazioni” in campo. Da un lato, una parte del popolo, pronto a manifestare a qualsiasi costo per le libertà moderne e le speranze democratiche, dall’altra la forza dello stato che si manifesta attraverso il braccio armato dell’esercito ieri e della polizia di oggi, che “a qualsiasi costo” deve mantenere salda la situazione.

E mentre il web e le forze moderate, democratiche ed occidentali di tutto il mondo fanno pressione sui propri ministri degli esteri per chiedere posizioni forti contro le violenze di Istambul e non solo, gli uomini delle istituzioni, i giuristi di tutto il mondo si domandano dove finisce la libertà di manifestare e dove inizia quella di “reprimere” per garantire la coesione e la sicurezza, al solo prezzo non trattabile del rispetto dei diritti umani.
Mentre il mondo si interroga, la protesta continua, il sangue sgorga e le risposta non trovate in quattordici lunghi anni si spera vengano scovate ora, nell’unica certezza, che quella protesta che anni fa guardavamo da lontano, ora si è geograficamente, e se vogliamo anche culturalmente, avvicinata a noi.

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La storia lo giudicherà

Pubblicato su www.26lettere.it
Scritto da Simone Nardone   
Martedì 07 Maggio 2013 
Cinquant’anni di storia politica del nostro paese. In una frase è così che può essere sintetizzato Giulio Andreotti, e forse è come si sarebbe definito anche lui.

Belzebù, il divo, o zio Giulio, poco importa come veniva chiamato, vagamente diversa è la questione della sua fama. Una fama fatta di luci ed ombre. Di un processo per mafia chiuso con la prescrizione, di un uomo che è stato il bello e il cattivo tempo dal dopoguerra alla fine della Prima Repubblica. Non solo cinquant’anni di potere, perché i numeri sono davvero rilevanti, e sono quelli di7 volte Presidente del Consiglio, 19 volte ministro e sempre alto dirigente della Democrazia Cristiana.

Stimato e apprezzato all’estero, sempre amato e odiato in patria. 94 anni di vita in primo piano, nello scacchiere che conta. Bella una sua intervista di qualche anno fa, in cui spiegava che alle superiori i suoi voti non erano eccellenti, ma di come all’università aveva capito che per diventare qualcuno bisognava studiare.
Celebri, le sue citazioni, la più famosa sicuramente quella che rappresentava anche il suo cinismo politico e il senso dell’ultimo grande statista che il nostro panorama politico ci ha regalato: “Il potere logora chi non ce l’ha”. E di fatto, lui che di potere ne aveva avuto, non si era così logorato, non agli occhi del mondo. Le ombre sull’uccisione del giornalista Pecorelli, assassinato dalla mafia, con le ombre della lunga mano del politico centrista hanno tenuto banco per anni sulla cronaca giudiziaria nazionale. Ma il celebre Giulio non ha mai esitato a rispondere cosi: “Se dovessi morire tra un minuto, so che non sarei chiamato a rispondere né di Pecorelli, ne’ della mafia. Di altre cose sì, ma su questo ho le carte in regola”.

Le polemiche non si sono placate neppure nei secondi immediatamente successivi alla scomparsa dell’ex premier. I social network hanno ironizzato e demonizzato a tratti la figura di per sé abbastanza controversa del politico italiano, al Senato non si è riuscita neppure a fare la commemorazione, mentre in consiglio regionale in Lombardia, la scelta silenziosa dell’uscita dall’aula di Umberto Ambrosoli, figlio del celebre Giorgio, assassinato nel ’79, accusato dallo stesso Andreotti, di essere uno che “se le andava cercando”, sono una di quelle cose che ti lasciano nel dubbio non della grandezza ma dell’autorità delle istituzioniAnche perché nel bene e nel male Andreotti era il potere.

Manzoni, diceva “ai posteri l’ardua sentenza”, “sarà la storia a giudicarlo”, ha invece detto il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Forse, più semplicemente a caldo, potremmo constatare con semplice spirito di osservazione, che nella storia, Giulio Andreotti, già c’era prima dell’ultimo respiro. Diverso sarà il giudizio che essa gli riserverà. Più facile, agli occhi del grande pubblico, che tutto rimarrà coperto per sempre da luci ed ombre, così come è stata la carriera politica e la vita del “divo”, che come messo in evidenza nel film di Sorrentino, nell’89 formava quasi a sorpresa il suo ultimo governo e nel ’92 entrava a Montecitorio con l’elezione al Colle in tasca, uscendo con la più bruciante sconfitta politica, che di fatto ne segnava il declino.

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Una Favola italiana

Pubblicato su www.26lettere.it
Scritto da Simone Nardone   
Lunedì 22 Aprile 2013 
Non tutti gli italiani, in quell’istituzionalmente storico 20 aprile 2013 erano incollati dinanzi la tv a seguire il sesto e decisivo scrutinio per eleggere il Presidente della Repubblica.


Non tutti si trovavano in patria, molti anche quelli all’estero per motivi di vacanza o di lavoro. Tra questi Antonio, uomo di mezz’età si trovava a Boston, Usa, in vacanza a casa di John, amico di lunga data. Antonio, non è andato a votare lo scorso febbraio, alle elezioni politiche, ma è un tipo che ama sapere ed interessarsi e per questo, sabato, aveva “costretto” l’amico americano a cercare e a trovare lo streaming di Sky tg 24 per seguire passo passo il decisivo scrutinio per decretare chi fosse il nuovo inquilino del Colle.

Al primo servizio pre-spoglio, John, che di italiano ne mastica un po’ con fare insospettito inizia a porre quesiti ad Antonio: “Spiegami, ma chi è Marini? Perché al primo scrutinio era il favorito e poi non è stato più votato”. Sguardo di circospezione di Antonio, a caccia delle giuste parole Allora, Marini era favorito   perché i due principali partiti di destra e sinistra si erano messi d’accordo per votarlo, nella speranza di fare il governo insieme dopo. “Ma se si erano messi d’accordo – chiedeva l’americano – perché non l’hanno votato?”. “Perché il partito di Marini, quello di sinistra, al momento del voto si è diviso tra chi voleva fare il governo con la destra e chi no, e quindi non l’hanno votato” rispondeva sicuro l’italiano. “Non fa una piega – proseguiva con l’analisi John che poi rilanciava – e poi Prodi, perché l’ex premier non l’hanno eletto?”. “Semplice – rispondeva Antonio – perché con Prodi si sarebbero perse le possibilità di fare un governo destra e sinistra insieme, quindi Belusconi non l’ha votato e anche nel partito suo in molti che avevano detto che lo votavano non l’hanno fatto”. “Semplice…facile…no adesso non capisco – con fare interdetto replicava John – Marini non andava bene perché il partito non voleva l’alleanza con la destra, Prodi non andava bene perché non voleva  l’alleanza con la destra?” “Esatto” sperava di concludere sicuro Antonio. “Scusa, e Rodotà allora? Chi lo vota?” incuriosito incalzava l’americano. “Rodotà - spiegava sicuro Antonio - è il candidato di Grillo, che prima faceva il comico e ora fa politica. Ma Rodotà non è un comico, anzi è un illustre giurista, è stato anche parlamentare e presidente di uno dei partiti storici della sinistra che poi hanno dato vita al principale partito di sinistra di oggi, il Pd”. Ah…e scusa, se Rodotà è di sinistra perché la sinistra non lo vota”. “Mah, perché una parte della sinistra moderna non lo vuole e non troverebbe di certo i voti nella destra che non vota gli ex comunisti”. “Diciamo che adesso è più chiaro, anche se un po’ strano”sottolineava John poco prima dello spoglio.

Poi la Boldrini inizia: “Napolitano, Giorgio Napolitano, G. Napolitano. Napolitano Giorgio”. Fino all’applauso del 504° voto. Ultim’ora in sovr’impressione parla chiaro: “Storica rielezione: Napolitano Presidente”.
Breve identikit, il servizio del rinnovo del settennato e John esterrefatto si gira verso Antonio chiedendo: “Fammi capire: ma avete rieletto uno di 87 anni che dovrebbe rimanere in carica per altri 7 ani, che tutti criticavano fino a due settimane fa per come stava gestendo la crisi? E soprattutto, Napolitano non era Comunista? Come ha fatto ad essere eletto con i voti della destra? E perché l’altro partito della sinistra non l’ha votato?” “Ehi John calma, so che può sembrar strano – pacatamente rispondeva Antonio poggiando una mano sulla spalla dell’amico – ma in Italia questo e molto altro può anche succedere e solo gli italiani capiscono come tutto questo in Italia possa realmente accadere”.

Questo e molto altro, invece, è quello che possiamo solo immaginare anche se non è accaduto, perché vivere di verità inspiegate e di storie non raccontate è la favola della politica nostrana.


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martedì 16 aprile 2013

Assalto al Quirinale


Pubblicato su 26lettere.it il 15 aprile 2013

Sono passati quasi due mesi dalle scorse elezioni e come in uno dei quei film gialli dove dalle prime scene già capisci chi è l’assassino, la trama della politica italiana si è snodata perfettamente così come alla vigilia del voto era stata pronosticata da numerosi esperti.

Dopo cinquanta giorni di sostanziale “vacatio” dell’esecutivo, in quanto il governo Monti si può limitare solo all’ordinaria amministrazione, domani a Montecitorio inizia l’assalto al Quirinale.

Il tutto nella follia più totale, dove, c’è chi decide di fare una consultazione on-line per individuare il miglior esponente alla guida del Paese, e chi invece ragiona ancora con vecchie logiche di accordi partitici, nel tentativo di barattare il Quirinale con il governo.

Ma siccome non c’è limite al peggio, succede anche che quei pochi nomi che si fanno, giusti o sbagliati, buoni o cattivi che siano, sono più quelli che si “smarcano”, che coloro che si dicono lusingati della proposta e pronti a issarsi a garanti dello stato. Anzi, ci sono questi ultimi?

Prodi si smarca, dicendo che non è candidato, i grillini individuano dieci nomi, ma la metà si auto escludono, Marini e Violante non parlano ma gongolano e gli istituzionali del centrodestra nonché centristi Gianni Letta, Pisanu e Monti fanno finta di niente.

L’assalto alla diligenza è dunque cominciato e poco conta che il Capo dello stato dovrebbe essere il garante di tutti i cittadini e non solo delle forze politiche. Certo, non sono decadute le candidature diRodotà e della Cancellieri, ma è altrettanto difficile che a salire al Quirinale non sia qualcuno che già si trova in Parlamento o che comunque ha vissuto intensamente i corridoi di rami do governo, Camera o Senato.

martedì 9 aprile 2013

ADESSO BASTA!



Ci siamo spacciati per un ventennio come i precursori dell’economia dell’Euro e i garanti delle istituzioni e della Costituzione. La mia speranza, ora, è che nessuno rompa il giocattolo perché ha chissà quale strano Grillo per la testa!


Istituzionalmente parlando. L’articolo 94 della Costituzione recita testualmente che “Il governo deve avere la fiducia delle due Camere”, e pertanto in qualità di cittadino rispettoso della Carta Costituzionale ed elettore vorrei che non si parlasse più di quella blasfema teoria di “governo di minoranza”. In Italia, un governo esiste se ha la maggioranza, altrimenti continua l’iter istituzionale: consultazioni, incarico esplorativo, voto di fiducia. In extrema ratio voto anticipato.

Politicamente parlando. Non s’è mai vista un’accozzaglia politica degna della canzone “Alla fiera dell’est”, come è oggi in Italia. Il Pdl che insegue il Pd, che però insegue il M5S che però non vuole governare se non da solo, “…che per due soldi mio padre comprò”.

Basta con questa farsa! Se si vuole essere responsabili si segua la linea istituzionale:
- riprendiamo le consultazioni, Bersani faccia un passo indietro e venga affidato l’incarico a qualcun altro.
- se invece si vuole formare un governo politico andiamo alle Camere e giochiamo al Super Enalotto con i numeri dei parlamentari.

Se invece vogliamo mettere da parte il termine “responsabilità”, andiamo al voto. Ma vi prego, se vogliamo riconquistare il cuore degli italiani, facciamo qualsiasi cosa per formare il governo, perché se in questo momento qualcuno lo sta facendo, fidatevi, si vede poco e male.