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mercoledì 22 novembre 2023

Giù le mani da Sinner



È oggettivamente bello sentire solo accostare il peso di nomi che hanno segnato un'epoca del proprio sport come Valentino Rosso o Alberto Tomba, o ancora Marco Pantani, al tennis. Sì, perché la nobile disciplina della racchetta è tutt'oggi in Italia seguita poco e apprezzato ancora meno, seppur i grandi degli ultimi anni come Federer, Nadal e Djokovic hanno fatto superare campanilismi e arrivare la potenza di questo sport anche a chi non l'ha mai praticato.

Tranne la parentesi di Panatta vincitore a Roma e a Parigi, la storica Coppa Davis del 1976 e qualche acuto con i big, o il recente e festoso passato con Matteo Berrettini finalista a Wimbledon o qualche bella vittoria anche in campo femminile, abbiamo sempre visto i dominatori del periodo storico, almeno 2-3 spanne sopra i nostri migliori atleti.

sabato 12 agosto 2017

Ridatemi l’italiano. (O essendo una lingua si dice “italiana”?)

Non sono di certo un esperto di lingua italiana, ma ne sono professionalmente un fruitore. 

Fatta questa doverosa premessa ci sono delle cose che davvero non tollero. Tra le tante, c’è quella di tentare di far flettere la lingua alle nostre sensibilità, un po’ come se l’italiano fosse qualcosa di personale. Ho sempre creduto che una lingua sia fatta di storia, cultura e usanze tramandate nel tempo ed evolute con il tempo. Che raccolga in essa l’essenza di ciò che è un popolo. Ancor più, in un mondo sempre più fluido, sta diventando l’ultimo vero pilastro di identificazione culturale, e tutto dovremmo fare fuorché minarne le fondamenta. 

Attacchi come quelli che ogni giorno fuori da ogni regola e consuetudine, oltre che da ogni vocabolario, identificano una qualsiasi parola con le finali maschili o femminili a piacimento personale ne sono un esempio.