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lunedì 16 aprile 2018

SIAMO ANCORA NELLA PALUDE DELLA PRIMA REPUBBLICA

da www.thevision.com

6 aprile 2018

di Simone Nardone

Mentre l’Italia attende con ansia i risultati delle consultazioni, esponenti politici e opinionisti hanno già salutato la nascita della Terza Repubblica. Tutto molto curioso, visto che l’unico “evento” sono state le elezioni – che per quanto sia vero che negli ultimi anni rappresentino qualcosa di eccezionale, in una Repubblica democratica costituiscono la norma, almeno ogni 5. Per tale motivo, prima di esporre fiocchi rosa davanti al Quirinale, bisognerebbe osservare come e perché nasce una nuova “Repubblica” e come si fa a comprendere quando il sistema politico cambia realmente pelle. Le Repubbliche – in questo i nostri “cugini” francesi d’oltralpe sono maestri – cambiano, o meglio si numerano, quando avviene un mutamento sostanziale del sistema istituzionale. Per affermare questo, insomma, servirebbe una modifica vera della Parte Seconda della Costituzione (che inizia dall’art. 55 e che va appunto sotto il nome di Ordinamento della Repubblica), che regolasse all’interno del regime repubblicano un diverso assetto di poteri.

Ecco, in realtà la transizione non fu del tutto conclusa, manifestando così tutta la sua italianità.Infatti non tutto ciò che garantiva il funzionamento della Repubblica, e i pesi e contrappesi di un sistema quasi esasperatamente garantista, trovò immediata applicazione. La Corte Costituzionaleiniziò a espletare le proprie funzioni solo nel 1956; il Consiglio Superiore della Magistraturaaddirittura due anni più tardi. Ma ciò che nella storia, riletto all’indietro, sembra paradossale, è che la legge attuativa (l. n. 352/1970) del Referendum abrogativo e l’istituzione delle Regioni ad autonomia ordinaria arrivarono solo nel 1970. Detto questo, giusto per non essere troppo pignoli, è possibile affermare che l’alba della Prima Repubblica italiana è da individuare nel giorno del Referendum istituzionale del 2 giugno ’46 e che la transizione fu molto lunga.

mercoledì 11 aprile 2018

Elezioni Provinciali, tra candidati “istituzionali”, “politici” e “civici”

La strategia di Pd e Fi, seppur forte nei numeri, potrebbe finire per politicizzare gli avversari


10 aprile 2018

di Simone Nardone

Le candidature provinciali di ieri hanno creato delle crepe belle e buone un po’ in tutti gli schieramenti. In corsa il sindaco di Latina Damiano Coletta, quello di Pontinia Carlo Medici e la prima cittadina di Sabaudia Giada Gervasi.

In tutto ciò, l’unico partito abbastanza coeso appare Forza Italia, che pure sta appoggiando un candidato Dem. Proprio i democratici sono completamente divisi tra chi vuole seguire la linea di partito e chi non ci sta all’accordo con gli azzurri.

Detto ciò anche il centrodestra non è saldo, anzi. La Lega, seppur ha pochi amministratori locali in Provincia ha virato sulla Gervasi, non riconoscendo il patto di Forza Italia con il Pd, mentre Fratelli d’Italia ha preso tempo. Ieri dal partito della Meloni avevano dichiarato di essere perplessi per l’assenza di un candidato di centrodestra, ma c’è chi come la Lega e alcuni esponenti di civiche locali, identificano la Gervasi come l’unico candidato che almeno rappresenti qualche ideale di quell’area politica. Dall’altra parte, invece, c’è chi sostiene che alla fine Fratelli d’Italia, più o meno in ordine sparso, converga su Medici. Ma è sui civici, anche se sembra strano, la questione si fa politica.

domenica 11 marzo 2018

Nessuna maggioranza, bentornata Prima Repubblica

Pubblicato in POST-IT

di Simone Nardone

Lo scorso fine settimana si è attivata la macchina democratica del nostro Paese. Con non poche difficoltà e qualche novità ingarbugliata, si sono recati ai seggi quasi il 73% degli aventi diritto, dato simile seppur in calo (poco più del 2%), rispetto alle Politiche del 2013. Il 4 marzo si è registrata la percentuale di affluenza più bassa della storia per le massime elezioni in Italia.

Come sancito dalla Costituzione abbiamo votato per eleggere i nostri rappresentanti in Parlamento e per esprimere (indirettamente) lo nostra visione sul futuro governo del Paese. Ovviamente – ma questo è dato per scontato che tutti lo sappiano – non abbiamo di certo votato il Presidente del Consiglio, che è espressione di una maggioranza parlamentare ed è nominato dal Presidente della Repubblica.

Detto ciò, ci troviamo in una situazione strana, dove ci sono partiti che esultano per aver “vinto”, altri che cercano di capire perché hanno perso e una situazione istituzionale più unica che rara, perché per la prima volta dall’avvento della Seconda Repubblica, viviamo una crisi politica e di governo già all’indomani del voto. Anche nel 2013 ci trovavamo in una situazione analoga, ma allora una maggioranza (per via del diverso meccanismo elettorale), alla Camera c’era, ma era monca per via della questione numerica al Senato. Questa volta no, né alla Camera, né al Senato ci sono i numeri. Eppure c’è chi esulta, addirittura chi parla dell’avvio della Terza Repubblica. Un cambiamento, non si capisce quale, sembra a portata di mano; dalle urne sono uscite sicuramente bocciate le forze protagoniste dell’ultimo governo. Ma, vedendo i primi atteggiamenti post voto, potremmo rimpiangere la cooperazione politico-istituzionale della tanto vituperata Prima Repubblica.