domenica 29 settembre 2013

Ci risiamo

Pubblicato su www.26lettere.it
Scritto da Simone Nardone   
Domenica 29 Settembre 2013 
Passano gli anni, spesso cambiano gli attori, ma quel senso di “abbandono”dell’istituzione in Italia regna sovrano, e così ci si ritrova a commentare l’ennesima crisi di Governo.

E’ inutile cercare colpe, tra le pagine dei giornali che giocano ognuno a difendere gli interessi politici e personali di qualcuno o qualcosa. Quel che conta è che manca sempre più quella visione d’insieme. Il senso di collettività e di Bene Comune.L’interesse generale al posto di quello particolare.

Da una parte il centrodestra (fino a ieri governativo), schierato a difesa del non innalzamento delle tasse. “Noi siamo la sentinella anti-tasse del governo” tuonavano fino a qualche giorno fa. Dall’altra il centrosinistra (teoricamente ancor oggi governativo), con l’onere di garantire una governabilità –chissà fino a quale prezzo – e promettere riforme sistemiche in cui non crede neppure il sistema stesso. Già, perché che la barzelletta che il Pdl esce dal governo per il probabile aumento dell’Iva, rimane tale, perché dovranno spiegare ai propri elettori che così facendo non solo s’innalza l’Iva, ma addirittura si rischia il ritorno dell’Imu entro la fine dell’anno. Dall’altra, però, c’è un partito allo sbando alle prese con un teorico congresso che non è stato capace di realizzare nulla di ciò che aveva promesso, neppure mantenere il candidato premier.

In questa fanghiglia politica neppure i Cinque Stelle ne escono rafforzati. Scarsamente visibili politicamente e legislativamente. Allineati – e coperti – sotto il fuoco amico del leader Grillo, pronti a criticare ad alta voce una legge elettorale definita “vergognosa”, ma ben attenti dal tentare di cambiarla per non essere ridimensionati.

E adesso? Molti inneggiano alle urne (con il rischio dello sciopero dell’affluenza). Qualcuno alle larghe intese, altri ad uno tecnico i poveracci ad un colpo di stato. Fantasie politiche a parte, e iter parlamentari e istituzionali permettendo si cercherà di constatare in aula se non esiste una maggioranza. Poi o altro esecutivo con nuova maggioranza, o le urne (magari a inizio 2014).

Nel frattempo non ci resta che osservare come con la Prima Repubblica mandata in soffitta da tempo e la Seconda, teoricamente agli sgoccioli alla fin dei conti le buone usanze degli anni ’70 e ’80 è bene mantenerle, tipo quella dei governi balneari. La domanda successiva è un’altra: siamo pronti a iniziare la tradizione anche di quelli natalizi?

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Il suicidio della sinistra

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Scritto da Simone Nardone   
Venerdì 20 Settembre 2013 
Un bellissimo libro edito da Garzanti del 2008 e a firma di Rodolfo Brancoli titolava:“Fine corsa. Le sinistre italiane dal governo al suicidio.

Nel suo saggio, lo strettissimo e altrettanto poco noto collaboratore di Romano Prodi negli anni di Palazzo Chigi, raccontava l’ultima esperienza dell’esecutivo del professore (dal governo), fino alla caduta di esso, e alla bruciante ma inevitabile sconfitta elettorale del 2008 (al suicidio).

E’ sempre curioso riprendere un libro perché ti dà nelle mani la grandezza di un lavoro fatto in un tempo ben preciso. Pensate se Brancoli prendesse carta e penna e scrivesse il sequel, con ogni probabilità ne uscirebbe fuori un film horror. Perché il collaboratore di Prodi, nonché ex corrispondente di Corriere della Sera e Repubblica parlava di suicidio senza aver visto di cosa era capace l’intera sinistra, con Bersani capofila con la bandiera in mano a trainare tutti verso la lavanderia dei giaguari. Parlava di suicidio senza conoscere la più grande sconfitta politica nel vedere perdere un’elezione già vinta, rompere una coalizione, non essere capace di imporre un Capo dello Stato e soprattutto allearsi con il nemico storico “Berlusconi”.

Così dopo il suicidio c’è l’occultamento di cadavere. Di solito ciò avviene dopo un omicidio, ma siccome quegli strani individui della sinistra, quelli che i bambini non se li mangiavano ma che a furia di sentirselo dire quasi ci hanno creduto, non rendendosi conto del primo suicidio hanno pensato bene di proporsi per altre strategie davvero vincenti che essendo talmente geniali ci fanno essere l’unico grande paese dell’Europa occidentale a non aver visto a capo del governo un esponente politico proveniente dalla tradizione “socialista” o “post comunista”, (parentesi di D’Alema a parte che però non è stato eletto bensì subentrò a Prodi dopo il primo “suicidio” del ‘98).

Perché, Berlusconi a parte, adesso si ricomincia. E poco c’entra se i “giovani turchi” i “rottamatori renziani” o gli Unni di Attila puntino alla scalata del Pd e del centrosinistra, poiché checché se ne dica quell’area politica italiana è morta. E’ morta nella storia, orfana della figura insostituita di Enrico Berlinguer da una parte e di quella irricevibile di Craxi dall’altra. E’ morta, suicidata, uccisa o abbattuta, prima che da Prodi, da Veltroni da Mastella o dai vari attori politici della Seconda Repubblica, dalla caduta del muro di Berlino, quasi che il trasformismo dei partiti potesse mascherare il fallimento ideologico di un ideale.

Eppure, anche se nei detti popolari si afferma che “solo alla morte non c’è rimedio”, in politica c’è sempre l’opzione di resuscitare, cambiando probabilmente registro e attori, ed evitando, se è ancora possibile l’ennesimo inesorabile suicidio. 

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Il giorno del giudizio

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Scritto da Simone Nardone   
Mercoledì 18 Settembre 2013 
Ci siamo. Anzi, ci risiamo. Oggi (18 settembre), l’Italia si ferma, perché siamo di fronte all’ennesimo “giorno del giudizio”.

Questa sera alle ore 20,30 la giunta per le elezioni e le immunità del Senatosarà chiamata al primo voto sulla decadenza da Palazzo Madama di Silvio Berlusconi.

Il punto non è la questione politica, probabilmente importante, ma non di vitale importanza per i più. L’ennesimo giorno del giudizio ripropone uno dei nodi fondamentali che sono alla base dei problemi dell’Italia di oggi: la questione giustizia. Uno dei tre poteri fondamentali dello stato continua ad  essere immerso nel caos immischiato nella non certezza della pena, che spesso frena anche gli investitori stranieri.

La domanda che più semplicemente verrebbe da porsi è: nel paese che istituisce processi mediatici per i furti al supermercato come per l’omicidio seriale, possibile che dopo tre gradi di giudizio abbia ancora bisogno di “giorni del giudizio”?

Qualcuno potrebbe sintetizzare che di fatto la sentenza in Cassazione è un qualcosa di definitivo e che ora si sta parlando di altro, e in effetti a norma di legge è proprio così. Però poi ci ritroviamo all’ennesimo “giorno del giudizio”, l’ennesimo ma non l’ultimo. Indipendentemente da quale sarà il voto stasera in giunta, infatti, ci dovrà essere comunque un’ulteriore voto in aula. Poi sarà la volta della Corte di Strasburgo e questa storia giudiziaria da una parte e politica dall’altra andrà avanti ancora per diverso tempo.

Evidentemente a noi italiani piace essere il paese che ha più anni di processo, gradi e giorni di giudizio che pene da scontare.

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11 Settembre

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Scritto da Simone Nardone   
Mercoledì 11 Settembre 2013 13:27

Sono passati ben dodici anni da quell’11 settembreDopo poco più di un decennio ti rendi conto di come la storia si scriva nel presente, solo quando nel futuro, i tuoi personali ricordi si sovrappongono alla pagina di storia.


Nell’istantanea di quel primo pomeriggio di dodici anni fa, penso che mi manchi solo di ricordare come ero vestito, perché tutto il resto è vivo nella mia mente.

Era il giorno prima del rientro a scuola, e stavo in giro per la città con gli amici in scooter a godermi l’ultimo giorno di libertà dal dovere di alunno. Passando sotto casa di un’amica iniziò a girare una voce strana, ripetuta anche in qualche incontro successivo: “Hai visto, hanno buttato giù una torre gemella a New York. Non si capisce se con un missile o cose del genere”. Neppure un film di fantascienza ci avrebbe consentito di credere a tali affermazioni.

Solo il veloce rientro a casa mi consentì, appena aperta la porta di ingresso, di vedere attraverso l’occhio su Ground Zero delle televisioni mondiali cosa stava accadendo, e il secondo aereo di linea impattare contro la l’altra torre gemella.

Neppure un film era tanto reale, perché non era una pellicola a girare, bensì la vita di migliaia di persone. L’intero mondo guardava sconcertato il cuore di New York raso al suolo. Le emozioni erano un aggrovigliarsi di macabri interrogativi su quel che stava accadendo e la sensazione che la storia era ad un giro di boa. Solo una certezza aleggiava anche nelle ore successive all’attentato, che la vita, per chi quel giorno era lì, sarebbe cambiata per sempre.

In realtà, la vita è cambiata per sempre per tutti noi, e anche se i libri di storia hanno messo nero su bianco quello che è accaduto, lasciando comunque aperte rivisitazioni storiche, per la vicinanza temporale con l’accaduto, sta a noi, raccontare le emozioni, perché solo così si può non dimenticare l’attacco alle torri gemelle, che per molti è semplicemente l’11 settembre.

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Diritti sì, ma a quale prezzo?

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Scritto da Simone Nardone   
Martedì 04 Giugno 2013 15:41
“La storia non si ripete, probabilmente ha solo dei tragici punti in comune”. Con questa frase potremmo ricordare, riscoprire la storia del passato e parlare comunque del presente.

Era il 4 giugno del 1989, quando in piazza Tienanmen, studenti, intellettuali e operai cinesi protestavano contro il regime. Il simbolo della lotta alla tirannia, diventava quello che poi fu ribattezzato il “rivoltoso sconosciuto”, che disarmato, come viene ritratto in numerosissime foto che hanno fatto il giro del mondo, si schierava dinanzi ad una colonna di carri armati, pronti a sparare sulla folla.

Passano gli anni, ben quattordici, e della primavera democratica cinese, passiamo alla primavera turca. Altra storia, altra rivolta, altre vittime, e sempre lo stesso problema, lo stesso argomento di discussione: l’abuso di potere.

In un mondo sempre maggiormente globalizzato, spesso il concetto alto e puro di democrazia ha lasciato il posto a quello più efficiente e meno menzionato di “governo dei pochi” o dei potenti. Passata l’attenzione sulle oligarchie ideologizzate politicamente come era riconosciuta alla fine degli anni ’80 quella cinese, viene rilanciata l’accusa ai regimi di religione, con le primavere arabe che diventano spesso estati torride di fuoco e vittime. Il preludio per un brusco autunno democratico e un inverno in tema di rapporti internazionali.
E’ questo che negli ultimi giorni ha portato in piazza in Turchia migliaia di manifestanti, accusatori che il governo di Ankara vuole
 “islamizzare” il paese.
A distanza di quattordici anni piazza Tienanmen e piazza Taksim sono lontane davvero di poco nella stessa cornice cromatica delle “fazioni” in campo. Da un lato, una parte del popolo, pronto a manifestare a qualsiasi costo per le libertà moderne e le speranze democratiche, dall’altra la forza dello stato che si manifesta attraverso il braccio armato dell’esercito ieri e della polizia di oggi, che “a qualsiasi costo” deve mantenere salda la situazione.

E mentre il web e le forze moderate, democratiche ed occidentali di tutto il mondo fanno pressione sui propri ministri degli esteri per chiedere posizioni forti contro le violenze di Istambul e non solo, gli uomini delle istituzioni, i giuristi di tutto il mondo si domandano dove finisce la libertà di manifestare e dove inizia quella di “reprimere” per garantire la coesione e la sicurezza, al solo prezzo non trattabile del rispetto dei diritti umani.
Mentre il mondo si interroga, la protesta continua, il sangue sgorga e le risposta non trovate in quattordici lunghi anni si spera vengano scovate ora, nell’unica certezza, che quella protesta che anni fa guardavamo da lontano, ora si è geograficamente, e se vogliamo anche culturalmente, avvicinata a noi.

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La storia lo giudicherà

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Scritto da Simone Nardone   
Martedì 07 Maggio 2013 
Cinquant’anni di storia politica del nostro paese. In una frase è così che può essere sintetizzato Giulio Andreotti, e forse è come si sarebbe definito anche lui.

Belzebù, il divo, o zio Giulio, poco importa come veniva chiamato, vagamente diversa è la questione della sua fama. Una fama fatta di luci ed ombre. Di un processo per mafia chiuso con la prescrizione, di un uomo che è stato il bello e il cattivo tempo dal dopoguerra alla fine della Prima Repubblica. Non solo cinquant’anni di potere, perché i numeri sono davvero rilevanti, e sono quelli di7 volte Presidente del Consiglio, 19 volte ministro e sempre alto dirigente della Democrazia Cristiana.

Stimato e apprezzato all’estero, sempre amato e odiato in patria. 94 anni di vita in primo piano, nello scacchiere che conta. Bella una sua intervista di qualche anno fa, in cui spiegava che alle superiori i suoi voti non erano eccellenti, ma di come all’università aveva capito che per diventare qualcuno bisognava studiare.
Celebri, le sue citazioni, la più famosa sicuramente quella che rappresentava anche il suo cinismo politico e il senso dell’ultimo grande statista che il nostro panorama politico ci ha regalato: “Il potere logora chi non ce l’ha”. E di fatto, lui che di potere ne aveva avuto, non si era così logorato, non agli occhi del mondo. Le ombre sull’uccisione del giornalista Pecorelli, assassinato dalla mafia, con le ombre della lunga mano del politico centrista hanno tenuto banco per anni sulla cronaca giudiziaria nazionale. Ma il celebre Giulio non ha mai esitato a rispondere cosi: “Se dovessi morire tra un minuto, so che non sarei chiamato a rispondere né di Pecorelli, ne’ della mafia. Di altre cose sì, ma su questo ho le carte in regola”.

Le polemiche non si sono placate neppure nei secondi immediatamente successivi alla scomparsa dell’ex premier. I social network hanno ironizzato e demonizzato a tratti la figura di per sé abbastanza controversa del politico italiano, al Senato non si è riuscita neppure a fare la commemorazione, mentre in consiglio regionale in Lombardia, la scelta silenziosa dell’uscita dall’aula di Umberto Ambrosoli, figlio del celebre Giorgio, assassinato nel ’79, accusato dallo stesso Andreotti, di essere uno che “se le andava cercando”, sono una di quelle cose che ti lasciano nel dubbio non della grandezza ma dell’autorità delle istituzioniAnche perché nel bene e nel male Andreotti era il potere.

Manzoni, diceva “ai posteri l’ardua sentenza”, “sarà la storia a giudicarlo”, ha invece detto il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Forse, più semplicemente a caldo, potremmo constatare con semplice spirito di osservazione, che nella storia, Giulio Andreotti, già c’era prima dell’ultimo respiro. Diverso sarà il giudizio che essa gli riserverà. Più facile, agli occhi del grande pubblico, che tutto rimarrà coperto per sempre da luci ed ombre, così come è stata la carriera politica e la vita del “divo”, che come messo in evidenza nel film di Sorrentino, nell’89 formava quasi a sorpresa il suo ultimo governo e nel ’92 entrava a Montecitorio con l’elezione al Colle in tasca, uscendo con la più bruciante sconfitta politica, che di fatto ne segnava il declino.

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Una Favola italiana

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Scritto da Simone Nardone   
Lunedì 22 Aprile 2013 
Non tutti gli italiani, in quell’istituzionalmente storico 20 aprile 2013 erano incollati dinanzi la tv a seguire il sesto e decisivo scrutinio per eleggere il Presidente della Repubblica.


Non tutti si trovavano in patria, molti anche quelli all’estero per motivi di vacanza o di lavoro. Tra questi Antonio, uomo di mezz’età si trovava a Boston, Usa, in vacanza a casa di John, amico di lunga data. Antonio, non è andato a votare lo scorso febbraio, alle elezioni politiche, ma è un tipo che ama sapere ed interessarsi e per questo, sabato, aveva “costretto” l’amico americano a cercare e a trovare lo streaming di Sky tg 24 per seguire passo passo il decisivo scrutinio per decretare chi fosse il nuovo inquilino del Colle.

Al primo servizio pre-spoglio, John, che di italiano ne mastica un po’ con fare insospettito inizia a porre quesiti ad Antonio: “Spiegami, ma chi è Marini? Perché al primo scrutinio era il favorito e poi non è stato più votato”. Sguardo di circospezione di Antonio, a caccia delle giuste parole Allora, Marini era favorito   perché i due principali partiti di destra e sinistra si erano messi d’accordo per votarlo, nella speranza di fare il governo insieme dopo. “Ma se si erano messi d’accordo – chiedeva l’americano – perché non l’hanno votato?”. “Perché il partito di Marini, quello di sinistra, al momento del voto si è diviso tra chi voleva fare il governo con la destra e chi no, e quindi non l’hanno votato” rispondeva sicuro l’italiano. “Non fa una piega – proseguiva con l’analisi John che poi rilanciava – e poi Prodi, perché l’ex premier non l’hanno eletto?”. “Semplice – rispondeva Antonio – perché con Prodi si sarebbero perse le possibilità di fare un governo destra e sinistra insieme, quindi Belusconi non l’ha votato e anche nel partito suo in molti che avevano detto che lo votavano non l’hanno fatto”. “Semplice…facile…no adesso non capisco – con fare interdetto replicava John – Marini non andava bene perché il partito non voleva l’alleanza con la destra, Prodi non andava bene perché non voleva  l’alleanza con la destra?” “Esatto” sperava di concludere sicuro Antonio. “Scusa, e Rodotà allora? Chi lo vota?” incuriosito incalzava l’americano. “Rodotà - spiegava sicuro Antonio - è il candidato di Grillo, che prima faceva il comico e ora fa politica. Ma Rodotà non è un comico, anzi è un illustre giurista, è stato anche parlamentare e presidente di uno dei partiti storici della sinistra che poi hanno dato vita al principale partito di sinistra di oggi, il Pd”. Ah…e scusa, se Rodotà è di sinistra perché la sinistra non lo vota”. “Mah, perché una parte della sinistra moderna non lo vuole e non troverebbe di certo i voti nella destra che non vota gli ex comunisti”. “Diciamo che adesso è più chiaro, anche se un po’ strano”sottolineava John poco prima dello spoglio.

Poi la Boldrini inizia: “Napolitano, Giorgio Napolitano, G. Napolitano. Napolitano Giorgio”. Fino all’applauso del 504° voto. Ultim’ora in sovr’impressione parla chiaro: “Storica rielezione: Napolitano Presidente”.
Breve identikit, il servizio del rinnovo del settennato e John esterrefatto si gira verso Antonio chiedendo: “Fammi capire: ma avete rieletto uno di 87 anni che dovrebbe rimanere in carica per altri 7 ani, che tutti criticavano fino a due settimane fa per come stava gestendo la crisi? E soprattutto, Napolitano non era Comunista? Come ha fatto ad essere eletto con i voti della destra? E perché l’altro partito della sinistra non l’ha votato?” “Ehi John calma, so che può sembrar strano – pacatamente rispondeva Antonio poggiando una mano sulla spalla dell’amico – ma in Italia questo e molto altro può anche succedere e solo gli italiani capiscono come tutto questo in Italia possa realmente accadere”.

Questo e molto altro, invece, è quello che possiamo solo immaginare anche se non è accaduto, perché vivere di verità inspiegate e di storie non raccontate è la favola della politica nostrana.


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martedì 16 aprile 2013

Assalto al Quirinale


Pubblicato su 26lettere.it il 15 aprile 2013

Sono passati quasi due mesi dalle scorse elezioni e come in uno dei quei film gialli dove dalle prime scene già capisci chi è l’assassino, la trama della politica italiana si è snodata perfettamente così come alla vigilia del voto era stata pronosticata da numerosi esperti.

Dopo cinquanta giorni di sostanziale “vacatio” dell’esecutivo, in quanto il governo Monti si può limitare solo all’ordinaria amministrazione, domani a Montecitorio inizia l’assalto al Quirinale.

Il tutto nella follia più totale, dove, c’è chi decide di fare una consultazione on-line per individuare il miglior esponente alla guida del Paese, e chi invece ragiona ancora con vecchie logiche di accordi partitici, nel tentativo di barattare il Quirinale con il governo.

Ma siccome non c’è limite al peggio, succede anche che quei pochi nomi che si fanno, giusti o sbagliati, buoni o cattivi che siano, sono più quelli che si “smarcano”, che coloro che si dicono lusingati della proposta e pronti a issarsi a garanti dello stato. Anzi, ci sono questi ultimi?

Prodi si smarca, dicendo che non è candidato, i grillini individuano dieci nomi, ma la metà si auto escludono, Marini e Violante non parlano ma gongolano e gli istituzionali del centrodestra nonché centristi Gianni Letta, Pisanu e Monti fanno finta di niente.

L’assalto alla diligenza è dunque cominciato e poco conta che il Capo dello stato dovrebbe essere il garante di tutti i cittadini e non solo delle forze politiche. Certo, non sono decadute le candidature diRodotà e della Cancellieri, ma è altrettanto difficile che a salire al Quirinale non sia qualcuno che già si trova in Parlamento o che comunque ha vissuto intensamente i corridoi di rami do governo, Camera o Senato.

martedì 9 aprile 2013

ADESSO BASTA!



Ci siamo spacciati per un ventennio come i precursori dell’economia dell’Euro e i garanti delle istituzioni e della Costituzione. La mia speranza, ora, è che nessuno rompa il giocattolo perché ha chissà quale strano Grillo per la testa!


Istituzionalmente parlando. L’articolo 94 della Costituzione recita testualmente che “Il governo deve avere la fiducia delle due Camere”, e pertanto in qualità di cittadino rispettoso della Carta Costituzionale ed elettore vorrei che non si parlasse più di quella blasfema teoria di “governo di minoranza”. In Italia, un governo esiste se ha la maggioranza, altrimenti continua l’iter istituzionale: consultazioni, incarico esplorativo, voto di fiducia. In extrema ratio voto anticipato.

Politicamente parlando. Non s’è mai vista un’accozzaglia politica degna della canzone “Alla fiera dell’est”, come è oggi in Italia. Il Pdl che insegue il Pd, che però insegue il M5S che però non vuole governare se non da solo, “…che per due soldi mio padre comprò”.

Basta con questa farsa! Se si vuole essere responsabili si segua la linea istituzionale:
- riprendiamo le consultazioni, Bersani faccia un passo indietro e venga affidato l’incarico a qualcun altro.
- se invece si vuole formare un governo politico andiamo alle Camere e giochiamo al Super Enalotto con i numeri dei parlamentari.

Se invece vogliamo mettere da parte il termine “responsabilità”, andiamo al voto. Ma vi prego, se vogliamo riconquistare il cuore degli italiani, facciamo qualsiasi cosa per formare il governo, perché se in questo momento qualcuno lo sta facendo, fidatevi, si vede poco e male.

Ciao Lady


Pubblicato su 26lettere.it l'8 aprile 2013 

Ci piace il nostro mondo oggi? Il funzionamento dello stato e quello dell’economia? Al di là della crisi economica internazionale, sono in pochi che oggi hanno in mente un sistema che funzioni diversamente da quello attuale, e questo sistema ha una mamma, che si chiama Margaret Thatcher.

La donna che raffigurava lo stato. La Lady di ferro, quella donna, che nel bene o nel male ha scritto, insieme a Ronald Regan (il padre del nostro sistema), ciò che siamo diventati. Probabilmente Margaret Thatcher è stata la donna più importante e più influente della storia contemporanea, influenzando un’intera generazione e un emisfero politico. Pensate a tutti i paesi dell’Europa che non hanno conosciuto direttamente la figura della grande lady nel proprio sistema politico, come ad esempio l’Italia, dove in tanti si sentono ancora orfani della grande rivoluzione liberare. Senza di lei, forse, ora in ogni campagna elettorale che si rispetti non parleremmo di privatizzazioni e di liberalizzazioni, pane quotidiano di ricette di politica economica.

Una donna, un politico. La chiamavano “la figlia del droghiere” nel suo partito, quasi in senso dispregiativo, per le umili origini. Una donna che ha cambiato il volto alle istituzioni moderne, anche in virtù del volto diverso che ha saputo dare alle donne in politica. Ma soprattutto, la faccia di una persona comune, con origini comuni, in un partito, tradizionalmente conservatore dove il titolo o il cognome erano da sempre una garanzia per l’affermazione, per la carriera. Ma allo stesso tempo la donna dal pugno duro e deciso, con i sindacati – nemici storici – ma anche con le opposizioni e con i rivali di partito.

Semplicemente una donna lei che diceva che “Essere potenti è come essere una donna. Se hai bisogno di dimostrarlo vuol dire che non lo sei”. Quando si parla della grandezza della portata storica di alcune figure si rischia sempre di dimenticarsi del fatto che ognuno di noi, o di loro, è semplicemente un uomo o una donna. E la Thatcher, anzi, la vita di Margaret ce lo hanno dimostrato in pieno. Al vertice delle grandi decisioni del mondo per oltre un decennio, la donna più influente della Gran Bretagna dopo la regina Elisabetta, poi la vita nell’ombra, quella normale, fino alla malattia quasi irriverente dell’alzheimer, e poi la morte; compianta dal mondo, già di diritto nella storia, ma unica e discreta, con quelle volontà che chiedono di evitare la camera ardente. Un esempio, uno stile, una speranza che di uomini e donne tanto comuni quanto speciali, ne nascono ogni giorno nelle famiglie meno accreditate e ne muoiono in ogni momento nei più comuni letti di ospedale.

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sabato 6 aprile 2013

Che saggezza...


Il rispetto delle istituzioni è alla base del rapporto democratico e guai a non avere rispetto e stima per la più alta carica del paese. Quando, però, qualcosa non funziona – a nostro dire – in democrazia si deve avere il coraggio educatamente di alzare la mano e dire: “Scusate, io non sono d’accordo”.

Se immaginiamo l’utopia della democrazia diretta teorizzata da Grillo e Casaleggio, come un social parliament, dove qualcuno propone un provvedimento e noi con un nostro post siamo pronti a votarlo o a rigettarlo, io avrei educatamente fatto capire al presidente Napolitano che la scelta dei 10 Saggi è fuori da ogni logica, nonché, - sempre a mio avviso – rischia di sfociare in uno strano precedente di forzatura istituzionale.

Per prima cosa, il compito del Presidente della Repubblica, come prescritto nella nostra Costituzione, è quello di individuare il soggetto politico al quale affidare l’incarico di formare il governo, senza particolari oneri aggiuntivi. Infatti, mentre in un primo momento, Napolitano ha giustamente affidato il mandato a Bersani seguendo la logica di dare mandato al leader con maggioranza relativa in Parlamento, ha poi “peccato”, nel non pretendere l’accettazione o il rifiuto dal segretario Pd.

Sostanzialmente, dalla seconda visita in poi di Bersani al Quirinale siamo entrati in una spirale di assurdità. Il leader Pd non ha rimesso l’incarico ufficialmente (la motivazione?), il Presidente ha deciso di fare un ulteriore giro di consultazioni per valutare se davvero non ci fosse convergenza (spettava a Bersani constatarla, no a Napolitano). Lo stesso Napolitano non ha affidato il nuovo incarico a nessuno, non mandando neppure Bersani alle Camere per chiedere la fiducia, ma, rullo di tamburi…ha formato due commissioni di “saggi” per abbozzare delle riforme che poi dovrebbe votare chissà quale strana maggioranza.

La domanda sorge spontanea: ma non è l’esecutivo a progettare le riforme? E a seguire: al Capo dello Stato, come previsto dal diritto pubblico, non spetta solo il compito di individuare chi deve formare il governo?

Anche perché, parliamoci chiaro, non c’è una maggioranza uscita dalle urne, nessuno è in grado di far accordare ideologie così diverse e ora i “saggi” dovrebbero trovare i punti di incontro per mettere d’accordo almeno due schieramenti tra Pd-Pdl-M5S per far formare un nuovo esecutivo? Sicuro che il lavoro di queste personalità non sia davvero inutile?

Senza considerare la prorogatio a Monti e al suo governo, prima delle elezioni ritenuto “tecnico”, dopo il voto rappresentante di una minoranza al quanto relativa del corpo elettorale italiano.  

Certo, nessuno pretende di entrare nei meriti che hanno portato il Presidente a queste conclusioni, ma in una crisi molto delicata come quella attuale, forse, - mio parere - non era il caso di sperimentare, si poteva affidare un nuovo incarico tecnico, almeno, prima di qualsiasi altra dubbia consultazione e conclusione; come in ultima istanza nell’impossibilità di sciogliere e Camere, si poteva provvedere ad una fine anticipata del settennato preparando di fatto ad una nuova consultazione elettorale.

Ma la storia è andata diversamente, e mai come ora spero che i risultati mi diano torto, ma sono molto, ma molto scettico.

venerdì 5 aprile 2013

Cambiamo stile


Internet è un’opportunità che i nostri padri non hanno avuto, e come ogni strumento, ognuno ne fa l’uso che più ritiene opportuno.

Ricordo quando anni addietro con qualche amico mettemmo su un blog di opinione politico e sociale che ancora dovrebbe vagare, anche se alla deriva, nell’oceano della rete.

Poi, per me è arrivata l’esperienza giornalistica e di qui la scelta di mettere su questo blog per pubblicare i miei articoli su internet. Oggi, dopo diverso tempo, con quest’esperienza che si è evoluta verso la digitalizzazione e con la piattaforma di 26 lettere.it che è esclusivamente on line e che di fatto mette insieme un po’ tutti gli istinti che mi avevano portato ad aprire questo blog e quello precedente, c’era bisogno di cambiare stile.

Sarebbe stato un peccato chiudere questa piattaforma, ormai ricca di contenuti e ancora oggi abbastanza visitata. Sarebbe stato un peccato, anche perché ormai è un occhio critico verso la società, la politica, verso il mondo nazionale e locale che mi circonda. E’ un’opportunità di dire la mia, ma anche di creare dibattito e conseguentemente fare opinione.

Un’occasione, come un’altra, per me di scrivere e di voi, dall’altra parte dello schermo o dello smartphone di leggere.

Mi scusi Presidente...


Pubblicato su 26lettere.it il 04/04/13

Nell’immaginario collettivo, il Presidente della Repubblica italiana è ormai non solo un’istituzione – tra l’altro una delle poche che ancora ‘regge’ come gradimento – ma anche un ruolo di responsabilità politica e sociale. Eppure questo mito del presidentissimo lo stiamo pian piano lasciando cadere.

Siamo lontani dalla figura professionale, distinta e discreta del primo presidente Luigi Einaudi, ma anche da quella più umana e alla portata del popolo di Sandro Pertini. Poi ognuno ha un presidente che porta nel proprio cuore, per qualcosa che ha fatto, che ha detto o per il periodo in cui ha ricoperto il suo incarico.
Oggi, però, siamo quelli che sono stanchi di nomi, ipotesi o personaggi politici più o meno blasonati che possano arrivare al Quirinale. Già, perché malgrado l’irriverente e carinissimo film di Bisio “Benvenuto Presidente”, in molti vorrebbero come prossimo primo cittadino italiano, uno qualunque, un italiano medio, un Giuseppe Garibaldi qualsiasi che faccia sentire la propria personalità vicina alla gente. Nella giornata di ieri si vociferava di come media e politici tedeschi auspichino ad un governo italiano – sempre nella speranza che si formi – che parli al cuore della gente come il nuovo pontefice Francesco. Personalmente, penso che nell’attesa quasi snervante della nascita dell’esecutivo noi cittadini dovremmo premere sull’opinione pubblica per avere un Presidente della Repubblica di questo calibro.

Può sembrare che non ci sia in questo momento la persona giusta. Si fanno tanti nomi, uomo o donna, relativamente giovane o più anziano, politico o fuori dalla mischia. Il punto è: tocca a noi, cittadini e opinione pubblica individuare il Presidente della Repubblica nella più importante elezione indiretta del nostro paese? 

Probabilmente no. Visto che si accusa costantemente la classe politica di essere alla finestra, di guardare ma non agire, forse è il caso di dettare le condizioni, far capire le aspettative, e poi lasciare a loro l’onere di individuare la persona giusta, in quella che non può essere, specie in questo momento, una scelta di parte, bensì ampiamente condivisa.

E intanto il 18 aprile si avvicina. 

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giovedì 17 gennaio 2013

Giornalismo, oggi scrivo e comunque penso


pubblicato su 26lettere.it il 16/01/13

Qual'è il giusto modo di fare giornalismo? Ultimamente sono in molti che pongono questa domanda. Sarà che quando si torna in campagna elettorale tutti sono più attenti al ruolo di coloro che rappresentano la "terzietà", sarà che in un momento del tutto particolare e delicato quale quello di questo tempo, forse, siamo indotti a pensare che il giornalista deve essere in un modo e non in un altro. O forse, il fatto che il nostro paese continua a retrocedere anziché a guadagnare posizioni nella classifica mondiale delle libertà di stampa, ci induce a porre attenzioni su queste tematiche.

Per prima cosa, probabilmente, è da porre in essere che non c'è una risposta "giusta" o sbagliata al quesito. Molto più probabilmente c'è un'interpretazione da dare. Certo, come è ovvio che sia, ci vengono proposti vari stili di fare giornalismo, alcuni più per così dire scolastici, altri più coloriti e se vogliamo più rivoluzionari nel senso di rappresentare una novità assoluta nel modo di affrontare la professione. In questi giorni, ad esempio ho assistito all'esaltazione dell'intervista fatta da Ilaria D'Amico a Silvio Berlusconi. Una bella intervista, ammettiamolo, ma cosa c'è stato di strano? Solo il fatto che la collega ha incalzato, nei dieci minuti a sua disposizione il Cavaliere, non lasciandogli scampo a risposte vaghe o a cambiare discorso. Questo è il "giusto" modo di fare giornalismo? Probabilmente sì, ma reputo abbastanza inquietante il fatto che un'intervista del genere "passi alla storia", poiché fuori dal coro. Poi ci sono altri stili, quelli a cui siamo stati abituati nel corso degli ultimi anni. L'esempio lo porterei con la trasmissione Servizio Pubblico della settimana scorsa. Una puntata politica dove di contenuti politici ce ne sono stati davvero pochi. La centralità è diventato un duello tra Berlusconi e Santoro, dove teoricamente al conduttore non toccava salire sul ring, e poi quell'arena che si è tramutata in puro spettacolo dove si notava una mediocrità di contenuti. 

Qualcuno potrebbe obiettare: ma se quello la pensa in quel modo non è libero di esprimere la propria idea? Premesso che il concetto di libertà in questi anni è spesso stato confuso con il termine libertinaggio, inteso nella devianza di poter fare qualsiasi cosa. La parola libertà, al contrario, è molto più bella e più ampia, poiché è comunque e paradossalmente vincolata al contesto a cui si applica. Proprio in questo contesto, a mio avviso, il giornalista non è che non deve avere o non deve esprimere la propria idea, deve "semplicemente" ricordarsi del ruolo sociale che ricopre, quello di informare. Difficile si riesce a scorporare la sfera personale da quella professionale e a farle ricongiungere limitatamente alla massima rappresentazione della professionalità, ma si può fare e molti lo fanno e lo hanno fatto senza dare mai adito di essere accusati di parteggiare per l'una o l'altra fazione in politica o di essere parte presa in una disputa mediatica. Esasperazione di una società ipocrita? Potrebbe anche essere per alcuni, a mio avviso si tratta di correttezza

Non credo a coloro che dicono che non prendendo posizione, il giornalista si limita a fare lo scriba oggettivo di ciò che accade. Allo stesso tempo credo che il giornalista racconta le notizie e le fa proprie rendendole allo stesso tempo uniche o creandole quando fa un'intervista. Ma si può esercitare la professione e la passione per questo lavoro anche non prendendo posizione. Forse ci basterebbe avere la lucidità di osservare e mettere in evidenza ciò che è giusto da quel che è sbagliato, perché il valore della giustizia - che probabilmente dovremmo riscoprire - esula dalle prese di posizione, è oggettivo e non soggettivo, e a quel punto il giornalista racconta sì il fatto, ma fa anche opinione pubblica, quella sana.

lunedì 29 ottobre 2012

Una libellula senz'ali

26lettere.it 25 ott 2012

E’ possibile che una libellula sia in grado di volare anche senza avere le ali? Fino a ieri non ne ero convinto, ma dopo aver visto ed ascoltato Simona Atzori, penso che ciò sia realmente possibile. Nell’immaginario collettivo le ali di un essere umano dovrebbero essere le braccia, e se allora c’è qualcuno che nasce senza di esse? I limiti della mente umana sintetizzano - come farebbe un bambino - “poverina non può volare”. Invece Simona vola, e vola alto.

Basta vederla ballare, per capire quant’è docile il suo volo, aggraziato, perché non servono per forza tutte le parti, per rendere armoniosa la danza del corpo. Ma Simona vola anche con la fantasia, basta vedere i quadri che dipinge, per capire la profondità di un animo completo, perché il corpo, tutto sommato è solo un involucro, e probabilmente, se non è perfetto è perché non deve esserlo, perché è l’animo, solo l’animo che conta. Ma quella fantastica libellula vola anche semplicemente con il suo sorriso, ammaliante, gioioso, coinvolgente, sereno, semplicemente unico, che quando te ne stacchi, rimani da una parte pieno della sua incommensurabile gioia, dall’altro orfano della stessa. Ma Simona, che è vero non è normale, perché i ‘normali’ non sanno essere tanto speciali, sa volare anche quando scrive. Perché lei è un’artista vera, una poetessa di vita, che a ad un tratto ha deciso anche di scrivere la sua autobiografia, di cui solo il titolo manderebbe in crisi, noi, comuni mortali. Lei si chiede “Cosa ti manca per essere felice?”. Bella domanda verrebbe da dire, ma lei no, non risponde così. E poco importa se magari qualche cinico possa pensare “le mancano le braccia”, perché a lei proprio non servono. Te ne accorgi guardandola gesticolare per pochi minuti con gambe e piedi, che di fatto le fanno sia da arti inferiori che superiori. Basta guardarla, vederla sorridere e sentirla parlare per capire che a lei, che ad un primo sguardo qualcosa sembra mancare, in realtà non manchi proprio nulla.

Non lo dice mai direttamente, forse per non sfidare la vita o il destino, ma è fantastica la spiegazione che dà: “Perché perdere tempo a cercare quello che ci manca. La felicità non è il traguardo ma il viaggio. Basta che ci fermassimo a guardare quello che abbiamo dentro di noi per essere felici”. E siccome i grandi forse sono portati a incontrarsi anche qui sulla Terra, prima che ricongiungersi dopo la morte, Candido Cannavò, che non perdeva uno spettacolo di Simona e che amava quella che lui stesso definì una libellula, sensibilmente e con la semplicità del grande uomo, prima che giornalista, scriveva di lei dicendo “le sue braccia sono rimaste in cielo, ma nessuno ha fatto tragedia”.

di Simone Nardone

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Il fascino del ponte

26lettere.it 19 ott 2012

Forse a Fondi, ci saranno dei compagni di corso di ‘pontologia’, di quel fantastico sketch di Ficarra e Picone quando progettavano il ponte sullo stretto di Messina, ma da qualche anno l’idea di assomigliare in piccolo a Brooklyn, sembra davvero un’aspirazione per la nostra piccola città. Certo, penso e spero che non si arrivi vagamente all’irriverenza dei due comici siciliani, che per ‘accontentare’ parenti e amici finivano per progettare un collegamento sullo stretto più famoso d’Italia con aree di servizio, palme nane e addirittura un asilo nido.
 
Ma se andiamo solo qualche anno a ritroso si ricorderanno le tante polemiche su quello che doveva essere il ponte pedonale che doveva mettere in collegamento Piazza Municipio con Piazza De Gasperi, addirittura spostando in basso di qualche metro la strada sulla quale doveva essere costruito il camminamento che era via Padre Alessio Falanga. Innumerevoli le battute che rimbalzavano in ambienti politici e in piazza, con molti che accusavano polemicamente di voler fare in piccolo un ponte sostanzialmente inutile come lo sarebbe stato quello sullo stretto. Polemiche politiche a parte, però, dopo qualche anno, pare proprio che la fissa per i fondani o per coloro che vengono a progettare e a riscoprire l’architettura nella Piana, passi proprio attraverso i ponti. L’ultimo atto di questa piccola telenovela è la notizia dei giorni scorsi - battuta tra l’altro dalla nostra testata - che ha reso noto come le impalcature all’imbocco di Corso Appio Claudio a Fondi, non sono lì per restaurare il maschio del castello ma per ricostruire quello che anticamente era il ponticello che metteva in collegamento la fortezza fondana con Palazzo Caetani

Tutto questo senza dimenticare che poco meno di una decina di anni fa è stata riqualificata piazza Sant’Anastasia a Fondi, dove l’opera più importante è stata quella che ha visto il rifacimento del ponte – anche questo pedonale – che permette di spostarsi da un sponda all’altra dell’omonimo canale. E anche qui erano state davvero tante le polemiche, come del resto anche sugli altri casi dei ponti fondani, sopraccitati, per via della dubbia utilità. O per meglio dire, nel caso specifico del ponte di Sant’Anastasia, non sull’utilità vera e propria, poiché lì un lavoro di rifacimento andava fatto anche per permettere alle imbarcazioni di entrare ed uscire dal canale senza rischi di rimanere incagliati alla vecchia struttura, bensì sulla fruibilità da parte di tutti e soprattutto dei diversamente abili, che ancora oggi, viste le scale su una delle due sponde del canale, e la presenza di un ascensore non funzionante, non possono scendere in spiaggia. 

Alla fine dei conti, però, al di là di questa fissa per l’affascinante struttura, che dalle nostre parti pare si stia tramutando in un amore vero e proprio, è inutile fare ipotesi o parlare con i ‘se’ e con i ‘ma’, perché come recita un noto aforisma anonimo, facilmente rintracciabile anche sul web “i se e i ma fanno attraversare mari e monti senza, però, costruire i ponti”.

di Simone Nardone

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Il fu Eziolino

26lettere.it 10 Ott 2012

E’ andato via così, “in punta di piedi”, come ha detto lui stesso, perché “nel calcio sono i risultati che contano”. Quei risultati che nel corso di una carriera ha sempre rincorso e ricercato, con grinta e determinazione, contro tutti, contro un sistema che lui stesso ha sempre affermato di combattere con tutto se stesso, ma che ahimé non sono arrivati qui nella Piana. E adesso che Eziolino Capuano non c’è più, la panchina del Fondi Calcio è tristemente vuota, perché malgrado la sua non infinita altezza, lui la panchina la riempiva realmente con la sua gigantesca personalità. La riempiva persino quand’era squalificato, perché in un Purificato così vuoto, mister Capuano stava in panchina anche quando sedeva in tribuna.

Una carriera abbastanza lunga, iniziata nell’88-’89 in un campionato Interregionale con l’Ebolitana, e proseguita fino ad arrivare ad allenare in C2 prima e in C1 poi. La stagione più bella della sua carriera sicuramente quella del 2007-08 con la Juve Stabia con la quale ha raggiunto una grande salvezza mantenendo la categoria più alta nella quale ha militato come coach in Italia. Poi nel 2010 la sua grande occasione di allenare nella serie A belga, dove, però, la sua voglia di cambiare il sistema calcio, anche all’estero, si è presto fermata, con le dimissioni dopo sole quattro giornate. Di qui il declino, il ritorno sulla panchina della Paganese sempre nello stesso anno, arrivando alla retrocessione in Lega Pro Seconda divisione. L’anno scorso l’ingaggio con il Fondi, per rilanciare una squadra, una città, un progetto. Tutto bello, fino alla notizia dei giorni scorsi, quella dell’esonero. Che qualcosa non funzionava era sotto gli occhi di tutti, che la squadra non era costruita per Capuano e che il progetto che la società aveva cercato di garantire al tecnico salernitano era lontanissimo dalla realizzazione, lo si era capito a chiusura campagna acquisti, quando i ‘rumors’ della piazza fondana volevano un mister arrabbiatissimo e pronto a dare le dimissioni. Dimissioni che non sono arrivate, come non sono poi arrivati i punti che non possono non contare in chiave raggiungimento dell’obiettivo. 

Certo che, giornalisticamente parlando per noi è una grave perdita, perché con Capuano non mancavano mai gli argomenti, c’era sempre qualche accusa, qualche esternazione che faceva rumore, tant’è che l’anno scorso più di qualcuno a Fondi lo aveva paragonato ad un Mourinho in piccolo. In pochi forse ora ricordano la prima conferenza stampa di mister Capuano, quando, l’anno scorso arrivando nella società di via Madonna delle Grazie aveva rilanciato che un allenatore del suo calibro non metteva neppure in previsione una retrocessione; ora, a distanza di diversi mesi, verrebbe da domandarsi se avesse almeno messo in previsione un esonero, un divorzio consensuale, o comunque un addio senza vittorie e con soli due punti in tasca dall’inizio del campionato. Una squadra che si è rivelata con poca grinta, una città sempre più scollata da quelli che dovrebbero essere undici gladiatori, e uno stadio sempre più inesorabilmente vuoto, domenica dopo domenica. In poche parole chissà se il “fu” mister Capuano, al rinnovo per questa stagione in una categoria che ha sempre sostenuto non gli appartenesse, avesse messo in previsione di non raggiungere nessuno di questi obiettivi. 

Un’occasione persa per Capuano ed un’occasione persa per il Fondi, che ora, ricomincia da capo nel tentativo di rimanere, anche se annaspando, nel calcio che conta.

Per mister Ezio Capuano, vista l'innata mediaticità che lo caratterizza, sono convinto che non se la prenderà per l’ennesima ed ultima ‘pizzicata’ di un mezzo cronista sportivo che non gliele ha mai mandate a dire, ma che malgrado tutto sa già che quel singolare mister sulla panchina fondana gli mancherà. Dopo tutto, visto lo stile di questo articolo, da irriverente necrologio, penso di poter dire di aver fatto almeno un regalo al nostro ex mister, di avergli allungato la vita, almeno un pochino.

di Simone Nardone

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La piazza che c'era...che c'è ancora

26lettere.it 19 set 2012

C'era una volta l'antica Grecia e quella cultura dell'Polis, delle città, che poi erano dei paesini nella maggior parte dei casi, dove la piazza, l'Agorà era concepita come il centro della città stato. Un centro non solo urbanistico ma soprattutto politico e sociale, perché, in una società la vita sociale migliora, si espande e cresce in base anche ai luoghi di aggregazione. Dopo qualche millennio, alcuni pilastri della cultura dell'antica Grecia sono talmente attuali da lasciare di sasso studiosi, filosofi e storici, e da permettere a noi di renderci conto anche come sono cambiate le cose. Fondi, ad esempio, che della cultura della "Piazza" ne ha sempre fatto un pilastro della sua cultura sociale, si ritrova, - come sottolineano spesso esponenti politici locali - una delle più vaste aree pedonali della Provincia di Latina.

Peccato, però, che la politica in parte sia uscita dalla piazza. Platone sarebbe probabilmente furioso al solo pensiero che in democrazia la politica non si possa fare sul suolo pubblico perché lo statuto comunale non lo prevede. Ma fortunatamente la politica, quella con la "P" maiuscola non sono solo i comizi, sono anche i discorsi, gli incontri, il raccontarsi di problemi e gli elementi di scontro e di confronto in un pacifico dibattito, che nessuno può vietare. Poi c'è il concetto di piazza, che nel corso dei secoli, anche rimanendo ancorato a quel principio dell'antica Grecia si è un po' esteso e allargato. Al tempo di Sparta e Atene, quando si parlava di agorà, si intendeva la piazza centrale e centro della vita cittadino, che oggi come oggi si fatica ad individuare anche a Fondi, dove davvero la vita della "piazza", per quanto cambiato è rimasto vivo nella vita di tanti cittadini. C'era un tempo, ormai lontano, dove questo punto centrale della vita cittadina era inteso come il quartiere delle Benedettine, della Giudea, ora riconsegnato in parte alla cittadinanza quasi come vicolo da museo, per ricordare semplicemente quel che è stato. 

Poi è arrivato il momento del più affascinante Corso Appio Claudio, la parte più storica del centro fondano, ora alla ricerca anche di una scossa commerciale, malgrado per decenni sia stato il centro delle boutique più rinomate. E infine Viale Viale Vittorio Emanuele III, quella che viene ormai oggettivamente riconosciuta come la "piazza" fondana. Ma i più piccoli, tra poco giovani e un domani adulti iniziano a individuare una sorta di concorrenzialità con la nuova Piazza De Gasperi e il suo contestatissimo anfiteatro. Perché se non è luogo di aggregazione quello quale lo è dovrebbe essere? Il punto è che in una società che si sviluppa con una città che cresce il minimo sarebbe pensare a nuovi spazi di aggregazione nelle periferie, nei quartieri meno residenziali, in modo tale di creare tante piazze, tanti luoghi di incontro per migliorare il nostro vivere civile e sociale. Ma forse è inutile fare questo tipo di ragionamento a Fondi, dove l'agorà, seppur nei limiti e nei nomi che ha avuto, che ha e che avrà, rimane sempre luogo di incontro e occasione per rivedere facce amiche e informarsi su ciò che accade in paese. Un paese che non è più una polisma che ormai è una vera città.

di Simone Nardone

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Quando i boss vengono a morire nel basso Lazio

26lettere.it 23 ago 2012

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La notizia che battono in queste ore le Agenzie di stampa è di quelle che lascia davvero senza parole, per la crudeltà e la drammaticità che accumunano sempre le stragi e gli assassini di mafia. Sette proiettili, quindici bossoli per terra, una pozza di sangue, un uomo morto, e il panico. Il tutto non è accaduto però a Scampia a Napoli o a Brancaccio a Palermo, ma appena fuori uno dei principali stabilimenti del litorale di Terracina. Così il basso Lazio torna a parlare di mafia.

Perché è vero che i boss vengono a fare le ferie nelle mete più belle e più ambite del litorale del sud pontino. L'omicidio di oggi fa riflettere su due elementi molto distanti tra loro ma allo stesso tempo fondamentali: il primo quello dell'uccisione di un uomo, anche se un boss di mafia, in mezzo la gente, per rendere il tutto ancor più eclatante, in pieno stile mafioso, per rimarcare chi è che ha potere sul territorio; il secondo quello della mafia stessa. Giusto dire che la mafia c'è, anche qui da noi, dalle nostre parti? A parte i fedeli negazionisti, penso che oggi, soprattutto dopo la notizia della sparatoria in spiaggia, quasi tutti genealizzerebbero in modo al quanto errato su un secco "Sì". 

Ma non è questo episodio che fa di Terracina, Fondi o le altre località del basso Lazio un territorio di mafia. Sono altri gli apsetti, accertati o in fase di accertamento da parte delle Forze dell'Ordine e della Magistratura che stanno mettendo in luce come qualcosa di mafioso o almeno di criminale, nel corso del tempo o nel presente c'è anche dalle nostri parti. Tutto questo mentre i comuni cittadini non possono far altro che stare a guardare, e se riescono ad avere il coraggio, denunciare. Quel che è vero, è che anche se quello di oggi con ogni probabilità rimarrà un episodio del tutto isolato nella rinomata Terracina e in tutto il sud pontino, se prima si diceva che questa zona della penisola non poteva essere considerata zona di mafia perché la gente non moriva ammazzata per strada per un regolamento di conti come accade altrove, forse oggi anche noi siamo entrati in questa strana e triste classifica. O semplicemente oggi si è accesa una spia che già lampeggiava da diverso tempo.

di Simone Nardone

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In 26 lettere

26lettere.it 26 lug 2012


logo 26 lettere26 Lettere si propone come un portale di informazione locale pronto a raccontare, aggregare e dire la propria su ogni fatto di cronaca, politica, su eventi e manifestazioni di carattere sportivo e culturale. La territorialità, il pane quotidiano della vita civile e sociale, non può non essere un pilastro di un media che si propone di raccontare con rapidità e completezza ciò che succede nelle aree coperte dai corrispondenti.

Per questo, anche se non c’è un vero e proprio limite alle zone di interesse della redazione di 26lettere.it, di sicuro la linea editoriale non ha dubbi su quali territori mettere sotto la lente d’ingrandimento. Il focus delle news è stretto tra i Comuni del sud pontino e parte da Fondi e Sperlonga per estendersi a quelli limitrofi come Itri, Monte San Biagio, Lenola e Campodimele, non dimenticando importanti realtà quali Formia, Gaeta e le isole. Un sito di informazione nell’era degli smartphone e dei tablet non ha senso di esistere se, oltre a dare la “giusta notizia”, non punti anche a darla in tempo reale. Un ruolo che una volta toccava alle agenzie di stampa, ma che oggi giorno viene sentito come un dovere da chiunque si cimenti nel mondo dell’informazione. La dicitura “giusta notizia”è un aspetto molto caro alla redazione di 26 Lettere, che pone al centro del proprio lavoro il tema dell’etica giornalistica. Un aspetto tutt’altro che trascurabile, soprattutto quando si è chiamati a trattare argomenti di carattere politico e sociale e quando si cerca di dar voce ai problemi dei cittadini. Chi ci conosce sa perfettamente che sarà questo lo spirito con il quale lavoreremo, con l’obiettivo di raccontare tutto ciò che accade, riservandoci in piena autonomia, la libertà di “sferzare” chiunque tenti di sfuggire all’opinione pubblica.

di Simone Nardone e Riccardo Antonilli

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Il sorriso d'un campione

26lettere.it 07 ago 2012

Domenico Capodacqua

Chi è che a Fondi non conosce - anzi, purtroppo "conosceva" - Domenico? Beh penso davvero in pochi. Nella fascia d'età dai 12 anni ai 28 quasi tutti sapevano chi era Domenico Capodacqua, il ragazzo dal sorriso d'un campione. Avete presente quei bei ragazzi dalla faccia pulita, che lo sport li forma, e loro vivono la propria vita con semplicità, serenità ed armonia, perché sono bravi ad emozionarsi, vivere e non prendersi troppo sul serio? Beh, sono quelle persone che hanno una marcia in più, e Domenico era uno di quelli.

Ricordo con un sorriso sulle labbra quando l'ho conosciuto, ancora bambino. Veniva in parrocchia fondamentalmente per fare casino, per divertirsi, ma aveva una dote innata, sapeva far divertire anche quando non voleva. Uno spettacolo! Poi il sorriso, quel sorriso che empaticamente ti costringeva a distendere le labbra anche a te, a strizzare gli occhi e ad aprirgli il cuore. Leggo in queste ore i commenti degli amici su Facebook, e non riesco ancora ad immaginarmi un torneo di calcetto senza vederti dribblare, saltare l'uomo e tirare in porta con la convizione di fare gol. Penso che erano solo un paio di sere fa quando ci siamo visti l'ultima volta, se non vado errato in piazza e te incrociando lo sguardo con il mio hai aperto ancora una volta quel sorriso unico e irripetibile e m'hai chiamato con quell'altro unico intercalare "Simò". Inutile dire che già sorridevo anche io, perché con Domenico era così, magari, non ci si vedeva o non ci si frequentava, ma lo mettevi per forza nel cuore e lui ti custodiva nel suo. Una persona buona, un ragazzo buono di quelli che sono fuori dalle frasi fatte "i giovani d'oggi", perché i giovani d'oggi, e Domenico ne è stato testimonianza, sono anche quelli del "sorriso" e "pallone", e con queste due parole, ti saluto. Arrivederci campione!

di Simone Nardone
 
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venerdì 25 maggio 2012

Falcone e Borsellino, Eroi del nostro tempo

25/05/12 - Successo per il primo spettacolo commemorativo targato Chirone

Si è svolto mercoledì all’Auditorium San Domenico di Fondi lo spettacolo commemorativo, per il ventennale dalla morte dei magistrati che in Italia negli anni novanta erano sinonimo di giustizia, dal titolo “Falcone e Borsellino: Eroi del nostro tempo”. All’evento, organizzato dall’associazione Chirone, hanno partecipato gli alunni delle scuole superiori della città e hanno preso parte il vice sindaco Onorato de Santis, la presidente del consiglio comunale Maria Luigia Marino, che ha tenuto a sottolineare quanto i ragazzi siano importanti nella lotta contro le organizzazioni mafiose, e l’assessore alla cultura e alle politiche scolastiche Lucio Biasillo, che si è complimentato con l’associazione per la buona riuscita dell’evento e soprattutto per aver coinvolto i giovani: “Giovani – ha detto - che coinvolgono altri giovani e che sanno come farlo”. 

L’associazione Chirone invita ad aspettare i 57 giorni che dividono la morte di Falcone da quella di Borsellino per partecipare il 19 luglio al Castello Baronale alla replica dello spettacolo, aperta al pubblico e gratuita.

IL VIDEO INTEGRALE

martedì 8 maggio 2012

Elezioni a Gaeta: è ballottaggio

Mitrano in testa, Raimondi insegue ma è difficile

Sembrava che fosse in atto una gran rimonta del sindaco in carica Raimondi nei mesi precedenti alla tornata elettorale, ma questo gran recupero non si è visto uscire dalle urne, o se c'è stato, il gradimento dell'attuale sindaco di Gaeta era praticamente sceso al minimo fino a qualche mese fa. Non è infatti andato oltre il 17,2% Antonio Raimondi sostenuto da diverse liste civiche e da una parte non ufficiale del centrosinistra del golfo. Forse sopra le aspettative della vigilia lo sfidante, Cosimo Mitrano, candidato ufficiale di tutto il centrodestra, che si è attestato al 44%. Un bel ballottaggio, comunque, se si considera che a quanto pare il sondaggio sulla persona del sindaco in carica si è consluso con un buco nell'acqua e che Mitrano, comunque dovrà andare a caccia di almeno un 6% dell'elettorato, che probabilmente fanno parte di quella frangia  che non lo ha votato perché, come si sentiva spesso dire in giro "non si vuole regalare Gaeta all'uomo di Fazzone". Saranno le prossime due settimane di campagna elettorale a dire la loro. Mitrano sembra comunque in vantaggio, ma probabilmente sarebbe del tutto sbagliato dare Raimondi per spacciato.